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Una storia della Lombardia che va dalle origini fino ad oggi solleva immediatamente il problema di chiarire che cosa si intenda per Lombardia. Se infatti l’area che oggi è così denominata ha una sua storia antichissima, essa non sempre si è presentata come un territorio definito di confini stabili, né come un territorio unitario dal punto di vista politico-istituzionale.
Il nome stesso deriva dalla popolazione germanica dei Longobardi, e la Langobardia, o Longobardia, indicò l’area da essi occupata nella parte settentrionale della penisola, fra VI e VIII secolo.
Ma la dominazione longobarda non coincise con la Lombardia, né con l’attuale area lombarda corrisposero le diverse formazioni politiche che si succedettero nella regione
: i forti domini vescovili o cittadini dei secoli X-XII, la Lega dei Comuni del XII secolo, gli stati visconteo e sforzesco, e tanto meno la Repubblica ambrosiana non ebbero mai confini sovrapponibili a quelli dell’attuale Lombardia. Il Ducato di Milano di età spagnola ed austriaca era più piccolo e con il baricentro più spostato ad occidente dell’odierna regione. Nello Stato napoleonico la Lombardia scomparve, assorbita all’interno di un territorio molto più ampio, scandito da riparti dipartimentali e non regionali. Il solo momento di quasi coincidenza tra un’espressione politico-amministrativa e l’odierna regione si ebbe con la parte lombarda del Lombardo-Veneto della Restaurazione, dal 1815 all’Unità.
Ma l’Italia unita, dopo il tentativo nel 1860-1861 di dare corpo ad un riparto regionale del nuovo Stato (pensiamo in particolare ai progetti Farini-Minghetti, e più specificatamente al disegno di legge preparato dalla sottocommissione presieduta da Ponza di San Martino), avrebbe optato per una soluzione accentratrice alla francese, dove l’unità amministrativa di riferimento era la provincia. Per arrivare all’ordinamento regionale si sarebbe così dovuti giungere alla Costituzione del 1948 e per vedere davvero esistere le regioni, e con esse la Lombardia, si sarebbero dovuti attendere gli anni Sessanta del secolo appena passato.

Al di là del riferimento istituzionale, va poi richiamata la sostanziale disorganicità politica che ha costantemente caratterizzato l’area lombarda. Da sempre territorio fitto di comuni, la Lombardia ha trovato già nell’antichità nella città di Milano il suo polo di riferimento, ma si è trattato di una centralità frequentemente contrastata. Nell’alto Medioevo fu Pavia la capitale del regno longobardo e poi del regno italico; e anche gli altri centri maggiori non cessarono di rivendicare una propria alterità, puntando ad esaltare le specificità comunali rispetto ad un ruolo subalterno all’interno di un’entità statale.
Se dunque la Lombardia da queste prospettive appare assai sfuggente, essa si pone con una forte rilevanza in quanto entità economica e culturale. Area caratterizzata da una fertile pianura, fittamente popolata, ricca d’acqua, climaticamente mite, la Lombardia da epoche antiche era riuscita a ritagliarsi uno spazio di riconoscibilità nell’Europa occidentale. Si trattava di un’espressione geografica non ben definita, tuttavia luogo con il quale si commerciava, che si visitava, che si conosceva. Era insomma una delle zone ricche ed importanti dell’Europa, punto di riferimento finanziario, crocevia fondamentale per tanti spostamenti, luogo militarmente strategico.

Inoltre, ancora una volta a dispetto della sfuggente compattezza politica, la Lombardia era da sempre riuscita, sulla spinta della sua complessa articolazione produttiva, a caratterizzarsi per le importanti funzioni economiche che facevano riferimento ai suoi territori ed alle sue città, e per la fitta rete di interdipendenze attive al suo interno. Pensiamo alla compresenza, in un territorio relativamente ridotto, di un’agricoltura assai avanzata e di centri artigiani e manifatturieri dislocati dapprima nelle maggiori città, ma più tardi, grazie al fitto popolamento, anche nelle campagne della fascia dell’alta pianura e collinare.
Questa sorta di Lombardia virtuale avrebbe trovato un momento decisivo di autocoscienza ed autoconsapevolezza nell’Ottocento. Mentre si cementava lo spirito nazional-risorgimentale, una ricca pubblicistica avrebbe rivendicato con forza, nel quadro di una pretesa alterità della monarchia asburgica, una sua antica specificità, fatta di costruzione di un territorio agricolo, di commerci, di dinamismo economico, insomma di fierezza di un proprio passato in quanto Lombardia. Appunto questo patrimonio di orgogliosa alterità si sarebbe trasmesso e conservato anche dopo l’Unità, lasciando il segno più evidente di una specificità regionale ad una regione che, per molti versi, non esisteva. Si apriva dunque il percorso a tanti miti, conditi di capitali morali, primati economici, sino alla “Milano da bere”.

[sta in: Storia della Lombardia – Vol. I – Dalle origini al Seicento, a cura di L. Antonielli e G. Chittolini, Editori Laterza, Bari]

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