Feeds:
Posts
Comments

Archive for the ‘Insubria’ Category

È possibile considerare il termine “toponomastica” sotto due diversi significati:
– per definire in senso stretto la scienza linguistica che studia l’origine, l’evoluzione ed il significato dei nomi di luogo;
– per indicare il complesso dei toponimi di una determinata area geografica: facendo riferimento alla denominazione di città, paesi, località, alture, corsi d’acqua e quant’altro, relativi al territorio che in questo caso definiamo “brianzolo”, territorio i cui confini sono rappresentati dalla linea Como-Lecco (a nord), dal canale Villoresi (a sud), dal fiume Adda (ad est) e dal fiume Seveso (ad ovest).

Gli studiosi non hanno mai mancato di interessarsi alla toponomastica allorché pubblicavano i loro libri di storia locale; mancavano però di specifica consapevolezza in materia e, non supportati da solide nozioni linguistiche, privilegiavano ricostruzioni forzate nelle quali potessero trovar posto vicende e personaggi da mito, che per così dire ne nobilitassero le origini, dando ampio spazio ad ogni congettura ed accogliendo nelle loro opere vere e proprie leggende di creazione fantastica.
In mancanza di meglio, finivano per accettare, come radice originaria dei termini, delle parole qualunque proposte come etimologia senza altro particolare criterio che quello della rassomiglianza di vocabolo o dell’assonanza fonetica.

Di simili etimologie “erudite”, nelle quali ci si può imbattere e che si rivelano già al primo sguardo palesemente mancanti di attendibilità scientifica, ce ne sono per tutti i gusti: alcune potrebbero essere, ad esempio, nei nomi di paesi che avrebbero preso il nome da divinità pagane, non importa quanto importanti: Arcore da Ercole, Proserpio dal culto di Proserpina, Verano e Vergo tramandano una dea gallica Vercana; Sartirana è dedicata a Saturno; Castelmarte, ovviamente, a Marte. Bellusco sarebbe stato un bosco sacro a Beleno.

Altre denominazioni sono fatte risalire ad avvenimenti improbabili, che si perdono nella notte dei tempi, e si rifanno a personaggi più o meno noti del mito e della storia antica: all’origine delle vicende della Brianza sono stati collocati un Briono, eroe troiano (?) ed un Brianteo, capo gallico; Olgina, un capo dei Goti, dovrebbe aver dato il nome ad Olginate, così come le streghe Alirune, che dei Goti accompagnavano l’esercito, trovano perpetuato il loro ricordo ad Airuno. Mariano Comense vorrebbe ricordare nel nome le gesta di Caio Mario o di un meno famoso Teodoro Manlio; Longone al Segrino si rifà ad un console Caio Maio Longone. Si dice di Annone che avrebbe ricevuto il nome da uno dei trenta duchi longobardi che regnarono dopo la morte di Clefi; Calco da un eroe greco, Chalcos, difensore della regina longobarda Gundeberga; Bernareggio si richiama a Bernardo marito di Roglinda, figlia di Ugo re d’Italia. Seregno a Serena moglie di Stilicone. Cornate, che si chiamò in passato Coronate, si attribuì l’onore dell’incoronazione di una regina.

Dove la fantasia ha avuto modo di sbizzarrirsi è nelle paraetimologie (accostamento di significato ad un vocabolo estraneo quanto all’origine sebbene simile per suono o grafia): Alserio si chiama così perché il termine alsit significa che vi fa freddo. Arosio rievoca la presenza di numerosi rosai; a Buccinigo si sarebbe dovuto trovare un “buco iniquo”, usato come mezzo di supplizio; ad Orsenigo dovrebbe essere esistito un orso feroce, ursus niger o ursus iniquus.
Quando a Cadorago, esso sarebbe stato un minuscolo paese, costituito da due case più una “locanda del drago” (ca’ do + drago) ed anche questa pseudoetimologia pare la dica lunga sull’attendibilità degli appassionati cultori del passato.

Per chiudere questa parentesi esemplificativa bisogna però anche ricordare la persistenza, a livello popolare, di appellativi tradizionali quali ravèe de Vila per gli abitanti di Villa Raverio o cavrot de Caverian per quelli di Capriano, e anche Besana besasc, paes di strasc, tutti giocati su pure e semplici assonanze: le rape e le capre, per quel che ne si sa, c’entrano poco.
Oggi, avvalendosi dell’indispensabile supporto degli studiosi linguistici e glottologici, si è affermato il principio, incontrastato, che la forma attuale di un nome debba riflettere in sé la storia delle vicende linguistiche del paese, ricostruibile dalla denominazione originaria e da quelle intermedie attestate da documenti.

All’inizio l’uomo è stato nomade e cacciatore e, finché caratterizzato dal suo vagabondare, non ha lasciato che poche tracce del suo passaggio nei nomi di luogo; solo nel tempo, quando ha iniziato a risiedere più stabilmente in una determinata area restringendo il suo spazio di movimento, allora è sorto il bisogno di dare un nome a dove viveva, a ciò che vedeva, a come lo vedeva, creando nella sua lingua i primi toponimi (che saranno successivamente tramandati dalla tradizione orale).

È evidente che la necessità di un’identificazione più precisa dei luoghi diventa importante con il diffondersi ed il progredire dell’agricoltura e della lavorazione del terreno e la parallela evoluzione sociale e civile della popolazione; non basterà più avvalersi di nomi locali già presenti, se ne devono creare di nuovi, che dapprima avranno avuto per lo più un significato che potesse mettere in evidenza le caratteristiche topografiche del territorio (monte, valle, colle), le qualità del terreno e la tipologia della vegetazione (campo, prato, pascolo) ed assumeranno solo più tardi la funzione di indicatori di proprietà, appartenenza o possesso nei toponimi di derivazione onomastica (nomi di persona) e nei termini prediali, cioè quelli relativi alla pertinenza di terreni e fondi rustici.

Quando i vari popoli nel loro percorso di emigrazione si stabilivano in una regione soggiogando gli abitanti locali, accadeva che i nuovi venuti imponessero la loro cultura e sovrapponessero la loro lingua a quella preesistente; di conseguenza si trovano poi a convivere sullo stesso territorio tanto toponimi ereditati dalla lingua anteriore, “vecchia”, “morta”, non più usata, quanto toponimi espressi in lingua moderna, attuale, tuttora parlata dagli abitanti del territorio: in Brianza, ad esempio, convivono nomi di luogo che si riferiscono a termini indoeuropei, mediterranei, celtici, quali Brianza, Barro, Brivio, Lambro, Maresso, con altri di chiaro significato “attuale” (per esempio Beldosso, Fornaci, Monticello); tra questi, ovviamente, rientrano le denominazioni ufficiali nei comuni di più recente costituzione (Villasanta, Albavilla).

Questo processo, avvenuto nell’Italia settentrionale per tutta l’età protostorica fino alla conquista romana, si invertirà in età barbarica quando saranno i popoli d’oltralpe ad assimilare la cultura latina del territorio occupato, pur lasciando anch’essi chiare testimonianze linguistiche della loro presenza.

Si ritiene che sia possibile riconoscere le influenze linguistiche delle diverse stratificazioni etniche attraverso l’esame della parte suffissale.
Si pensa che il suffisso -ago / -aga (Asnago, Binzago, Cimnago, Marconaga, Osnago, Camuzzago, Verzago, Crescenzaga) sia originariamente gallico e così -igo / -iga (Buccinigo, Lomaniga, Inverigo, Menzonigo, Rosnigo, Orsenigo); -ugo (Lambrugo) è suffisso celtico-uno (Airuno, Alduno, Calpuno) è desinenza di origine gallica.
-ate segnala tanto una tipica derivazione da nome personale o gentilizio latino (Agliate, Bernate, Garlate) quanto nomi di luogo denotati da una circostanza fisica o geologica particolare (Carate, Casate, Garbagnate, Novate, Rancate, Vignate).
-ano / -ana è considerato suffisso schiettamente romano, aggettivale da nome o gentiliziolatino (Cazzano, Galliano, Oriano, Robbiano, Cesano, Galgiana, Verano).

Origine dei toponimi

Si può cercare di stabilire una successione cronologica etno-linguistica prendendo in esame i nomi di origine prelatina, latina, germanico-longobarda, medioevale, dialettale.

Termini prelatini

Vengono definiti genericamente “prelatini” i linguaggi pertinenti alle popolazioni che in epoche successive hanno abitato la nostra zona prima della conquista romana: in particolare Liguri, Etruschi e Celti. I loro linguaggi hanno offerto ed offrono ai glottologi una materia di studio molto attraente, ma presentano tuttora non poche difficoltà di interpretazione.

I Liguri, antica popolazione mediterranea di incerta provenienza, già dal terzo millennio avanti Cristo occupavano l’area lombarda, dalla pianura padana ai laghi prealpini, nella quale verso il 500 a.C. si insediarono gli Etruschi, e a cui qualche secolo più tardi si sovrapposero gli stanziamenti di Celti e Galli.

Gli studiosi hanno considerato un suffisso originario proprio dei Liguri la terminazione in -asco (Arcellasco), che sarebbe poi stata assimilata dai Celti; e potrebbe essere ligure anche il suffisso-enna a volte attribuito agli Etruschi (Crevenna, Senna).

Appartengono all’elemento ligure i temi sarsersev che hanno il significato di “scorrere” di un corso d’acqua (ne abbiamo traccia in Alserio, Serenza, Seveso, Sirone), clav ovvero “rupe sporgente” (Civate), nava ovvero “conca prativa, radura, campo o piano tra i boschi”; la radicemediterranea lamrlam a cui è connesso il significato di “corso d’acqua profondo” che troviamo in Lambro; rava ovvero “frana, smottamento, detriti” (Ravellino, Raverio) e forse auciaaugia ovvero “terra arativa recinta da siepi e fossati” (Olgelasca, Olgiate, Olginate).

Si fanno risalire ad un antico strato prelatino, imprecisato, anche varie parole che potremmo ritrovare, adattate, nei diversi termini dialettali in cui sono passate successivamente: così crem,cram con il significato di “altura, rialzo del terreno” per Cremella, Cremnago; caracarra ovvero “pietra, sasso, roccia” ipotizzato per Carnate e Caraverio.

Si è voluta vedere una concentrazione di toponimi di origine ligure soprattutto nella valle di Rovagnate dove si è giunti a presupporre in età pre-celtica un insediamento di Vopsi, popolo di origine ligure, tra Lissolo (limes Vopsorum) ed Ossola.

Tracce del linguaggio etrusco sarebbero presenti in alcuni nomi locali corrispondenti a nomi etruschi di persona: Asnago, Bernaga, Carcano, Cermenate, Copreno, Senna.

Terminologia celtico-gallica

I Celti, popolazione indoeuropea che i Romani chiamarono Galli, occuparono la pianura padana attorno al V secolo a.C. e fondarono Milano all’inizio del IV secolo.

Si possono ritenere di origine gallica i nomi con la desinenza in -uno, come Airuno, Alduno, Calpuno, e in -ugo (Lambrugo, Carugo); sono originariamente gallici i suffissi -igo di Buccinigo, Giovenigo, Menzonigo, Rosnigo e quello assai diffuso -ago.
Quest’ultimo suffisso si presenta generalmente aggiunto, nella denominazione di un fondo, ad un nome di persona o gentilizio di colui che dovrebbe essere stato il fondatore o proprietario o possessore del luogo, dando vita ai cosiddetti toponimi prediali, quali Barzago, Birago, Bulciago, Cucciago, Mezzago.

Una tipica terminazione celtica per i nomi di luogo, peculiare in Lombardia e Piemonte, ampiamente diffusa in tutta la Brianza, dalla linea ai piedi delle Prealpi a nord a quella tra Seveso ed Adda a sud, è presentata dai toponimi in -ate; in genere, a differenza di quelli in -ago appena citati, questi toponimi (suffisso corrispondente al latino -ates, al medioevale -atum, al dialettale -aa) non hanno riferimenti onomastici, bensì tendono a riflettere una particolarità “fisica” del luogo: caratteristiche del terreno, vegetazione, colture o altre caratteristiche similari: come esempi si possono citare Arlate, Beverate, Cabiate, Casnate, Novedrate.

Tra i vocaboli di origine gallica che hanno lasciato traccia negli attuali nomi di luogo ce ne sono diversi il cui significato è da tempo dato per noto ed acquisito; tra gli altri bar, barros nel significato di “cespuglieto, sterpeto”, onde Barro, Baraggia e Bareggia, Bartesate; dunum ovvero collina, altura (Airuno, Alduno, Cavonio); rava ovvero ghiaia (Ravellino); mara, marra ovvero acquitrino (Maresso); morga ovvero corso d’acqua (Molgora); briva ovvero ponte (Briosco, Brivio); mello ovvero collina (Merate, Merone); brennos ovvero capo (Brenna, Brenno); carn ovvero rupe (Carnate) e, notissimo, brig ovvero luogo elevato (Brianza).

Bisogna accennare anche ai nomi di divinità celtiche che si vogliono rintracciare in alcuni toponimi attuali: Bubona protettrice degli armenti in Beolco; le dee Matrone in Valmadrera; Vercana (dal minaccioso significato di “collera”) per Vergo e Vergano (c’è anche un paese che si chiama Vercana in provincia di Como); Beleno, divinità gallica assimilabile ad Apollo, per Bellusco.

Termini di origine latina

Alla fase gallica si è sovrapposta la fase della romanizzazione che. come ben si può intuire, ha lasciato una grande quantità di toponimi. I Romani assoggettarono i Celti (o Galli) nel 222 a.C., completarono la conquista della regione nel 191 a.C. e, impostata su uno stabile insediamento di colonie e municipi, diedero forma a quella ben strutturata organizzazione territoriale, viaria, civile ed agraria che si manterrà sostanzialmente valida fino in epoca medioevale.

All’epoca romana spettano in massima parte gli antroponimi, cioè quelli derivanti da nomi di persona, in genere con suffissi che indicano appartenenza; una categoria antroponomastica importante è infatti quella dei toponimi prediali o fondiari, cioè dei nomi locali che designano i possessori dei terreni. Nei toponimi prediali troviamo spesso il suffisso latino -anum, divenuto poi -ano, -ana: possiamo citare Anzano (da Antius), Besana (Baesius), Cagliano (Callius), Cassano (Cassius), Cazzano (Cattius); Cesana e Cesano (Caesius), Galliano (Gallius), Giovenzana (Iuventius), Giussasno (Cluttius), Mariano (Marillus), Oriano (Aurelius).
Anche -ate segnala una tipica derivazione da un nome personale o gentilizio latino: Agrate, Albiate, Omate; ma è presente anche in diversi nomi di luogo a denotare una circostanza fisica o geologica particolare: Civate, Cornate, Lentate, Olgiate, Rancate, Renate, Vignate.

I nomi risalenti all’età romana sono numerosissimi ed in molti casi non è semplice distinguerli da quelli neolatini di epoca più tarda, essendo fin troppo facile vedere in ogni luogo la presenza di un gentilizio romano che indicherebbe, aggettivato, la proprietà del terreno.

Sono quasi sicuramente di origine latina i derivati da nomi di persona più antichi: Calvenzana da Calventius, Lesmo da Laetissimus, Cassago che è Cassiciacum, Pusiano da Pusillius, Tabiago da Octaviacus, Galbiate dal personale Galbius.

Sono romani i termini specifici di vocie come villa che in origine si riferiva ad una dimora di campagna o una fattoria con podere e che in seguito acquista il significato di “paese”; vicus (Sovico, Vimercate, Viganò) dapprima indicava un gruppo di case prossimo alla città, un villaggio o anche un quartiere cittadino; vicolo ne è il diminutivo nel senso di “via stretta” (Vighizzolo); colonia, stanziamento di coloni e complesso agricolo coltivato da coloni (Cologna, Cicognola; ma anche non in Brianza Cologno Monzese ad esempio), mercatus (Vimercate), e termini di ambito agrimensorio quali quadrata (Carate), arca (Arcore), maternus e paternus (“fondo ereditato dalla madre o dal padre”: (Cesano) Maderno, Paderno), serta ovvero confine (Sirtori).

Vi sono alcuni toponimi di matrice latina che vogliono sottolineare qualche caratteristica del luogo: Perego da pelagus (conca d’acqua), Verderio e Varedo da viridarium (orto, giardino), Bagnolo da balneum; l’utilizzo del terreno: Bestetto, da bestum ovvero pascolo; le attività estrattive o produttive: calcaria, fornace per la calce, in Calchera; Figina da fictilia, estrazione di argilla.
Altri riportano termini riferibili all’ambiente militare, come gli accampamenti: agger (Cereda, Bagaggera: pagus aggerium) e castra (Casternago); il presidio: stabulum (Prestabbio); i magazzini: horrea (Orana).

Dovrebbero risalire all’età romana i nomi che indicano distanze militari (Desio) e quelli che si richiamano alla viabilità: trivium ovvero incrocio di tre strade (Trebbia); quadrivium ovvero incrocio di quattro strade (Caribbio); traductus ovvero luogo di passaggio, traghetto (Triuggio); vadum ovvero guado, transito.
Pobiga deriverebbe da publica via, Rota da via rupta ovvero strada aperta.

A questo proposito, non si può non segnalare quanto propone Virginio Riva in Le origini della Brianza (1987), anche se nell’etimologia di qualche località introduce ipotesi senz’altro ingegnose ma non sempre adeguatamente supportate da riscontri documentali.
Dimostrando passione ed interesse va a ripercorrere il tracciato brianteo di antiche strade romane, in particolare la via Ulteria e dei Laghi, ricostruendo per ogni località passata meticolosamente in rassegna una suggestiva etimologia ad hoc.

Avremmo così Olginate = Ultia in itinere e Olgiate = Ultia ad iter (riferiti alla via Ulteria); Porchera = apud Ulterian (presso la via Ulteria); Olcellera = Ulteriae miliaria (pietre miliari sulla via Ulteria); Airuno = Ulteria in uno (confluenza tra due percorsi della via Ulteria); Alduno = ad unum (dove la strada prende un’unica direzione); Beolco = bivium Ultiae Lacuum (bivio della via Ulzia e via dei Laghi); Dolzago = ad Ultiam Lacus (antica via Ulteria e dei Laghi); Calco = Caligae vicus (villaggio sulla via Caliga); e perfino Perego = per Comum (via verso Como) e Peregallo = per Gallos (via verso il territorio dei Galli).

Termini di origine longobarda e germanica

I Longobardi, popolazione germanica di probabile provenienza scandinava, arrivarono dalla Pannonia a conquistare l’Italia verso la metà del VI secolo; la loro dominazione durerà all’incirca duecento anni, dal 568 al 775 AD, quando verranno sopraffatti dai Franchi.

La presenza longobarda ha lasciato tracce toponomastiche caratteristiche soprattutto in termini che ricordano ordinamenti militari e giuridici e pratiche di amministrazione delle terre, ed in voci di origine germanica che riguardano l’utilizzo di boschi e prati: questo è indicativo della manifesta tendenza di questi popoli all’abbandono delle coltivazioni ed alla sostituzione dell’agricoltura con l’allevamento brado di cavalli, bovini e suini.

A titolo di esempio si citano scario, voce che designa un comandante militare (Scarenna); gahagi, gaggio, termini con cui si indica il bosco riservato al signore e vietato agli altri (Gaggio); sala viene detto in origine il grande locale dove si riuniscono i dipendenti pastori e servi di un signore e dove vengono raccolte le derrate, poi passa nell’uso comune ad indicare una residenza padronale, quindi una casa di campagna, fattoria, cascinale (Sala al Barro); il toponimo Stolegarda ha il significato di “allevamento di cavalli” risultando composto da stodi = cavallo e gard = recinto; infine treuwa designa un luogo di sosta, di fermata (Tregasio).

Termini di origine medioevale

Durante il Medioevo si mantiene vivo l’uso di denominare i luoghi per mezzo del nome personale del proprietario, sia che si tratti di nomi che rimangono nella tradizione, latini in maggioranza (Cagliano da Callius, Capiate da Capius, Mozzana da Mucius, Rovagnate da Ruberius), che di nomi di origine germanica (Inverigo da Ingverich); in questo periodo si diffondono anche i soprannomi.

Molti nomi dell’età medioevale sono allusivi a condizioni speciali dei luoghi: Caraverio è un “luogo ingombro di sassi e pietre” (da caravum); Moiana e Moiachina sono “terreni paludosi o acquitrinosi” (molleus, moeuj = umidiccio); Robbiate rimanda al colore rosso (rubeus) delle rocce circostanti; Gera e Sabbioncello segnalano l’abbondante presenza di ghiaia e sabbia sul loro territorio.

Una curiosità a questo riguardo: una particolare categoria di nomi è costituita dal composto di una forma verbale e di un nome comune come, per esempio, Boffalora “località esposta ai venti”; Cantalupo “luogo infestato dai lupi”; Guzzafame “terreno scarsamente produttivo, da cui non si trae adeguato raccolto”.
Altre caratteristiche sono espresse da aggettivi quali aprico (Inverigo, ma anche Montesolaro fa riferimento ad una posizione soleggiata), orfano (Montorfano), summus (Sovico), ustus (“bruciato”: Ostizza), o da nomi quali meta (Meda), poncia, cogoro (Cogoredo, Concorezzo), corno (Corneno), clivus (Civate), corrigium (Correzzana).

Interessanti i toponimi che tramandano rapporti giuridici e magistrature medioevali: ad esempio Bestetto (bestum è il diritto di pascolo nelle selve). Perticato (diritto del salariato di coltivare un appezzamento di terreno), Concesa (concessum è un beneficio accordato); Terzuolo riguarda la quota parte spettante (un terzo) della produzione di fieno o di un fondo; Valaperta dice di campi e boschi sfruttati in comune, come Vertemate (vertema = terra comune), Vianò e Viganò (vicanalia = terre, fondi posseduti in comune da tutti gli abitanti del villaggio); Camporeso è un campo restituito ad uso pubblico dopo un periodo di privatizzazione.

Si ritiene che risalgano in gran parte all’età medioevale, con tendenza a conservare la terminologia latina, i nomi che hanno attinenza con la situazione e le condizioni della vegetazione e dei terreni: novetum (Novate, Novedrate), ronco (Ronco, Roncello), serta (Sirtori), silva (Salvadera), viridarium (Verderio), viridetum (Varedo) e nel riferimento a determinate colture arboree o erbacee: Casnate (“castagneto”), Fecchio (“felceto”), Rogoredo (“rovereto”), Cereda (“cerreto”), Imberido (iunipertum = bosco di ginepri); quelli pertinenti a costruzioni ed edifici di vario tipo: casearia = luogo dove si fa il formaggio, castello, grancia, molino, torre.

Appaiono diffusi, nel periodo, i nomi relativi ad edifici (canonica, domus = pieve; casa dei = ospizio) ed istituti religiosi (Prevostura); numerosi luoghi derivano il nome dal santo titolare della chiesa o di un oratorio.

Termini di formazione dialettale

Alle tradizioni preromane, latine, longobarde e medioevali si è sovrapposto l’uso del dialetto che ha recuperato, riutilizzato ed anche deformato antichi vocaboli, così che dei nomi tramandati da voci dialettali è spesso difficile individuare l’origine precisa.

Una porzione significativa dei termini dialettali si allaccia al lavoro nei campi, alle pratiche di allevamento e di pastorizia ed alla società contadina e rurale in generale, compresi i riferimenti ad opere di sistemazione e terrazzamento dei pendii, alla coltivazione della vite, a lavori generici di bonifica e di irrigazione. Bolch è il bifolco, il contadino cui è affidata la cura dei buoi (Beolco); vacarecia il tempo che la mandria sta al pascolo sui monti (Vaccarezza) ed anche il prezzo che si dà al guardiano (vacchée). Rancà significa estirpare, svellere, abbattere e bruciare i boschi per dissodare il terreno per coltivarlo (Rancate); brovà è potare e ripulire la vite dal seccume (Brovada); trescà è trebbiare (Trescano). Gerb, zerb si dice di terreno non dissodato, incolto (Gerno, Proserpio); runch è il colle terrazzato a vigneto, passon il palo di sostegno delle viti (Passone).

Alcuni toponimi si riferiscono all’attività estrattiva: Cerizza, Scerizza da sarizz, specie di granito, Coera dalla pietra cote; altri alludono a situazioni particolari del terreno: Chignolo, da chignoeu, è una striscia di terra a forma di cuneo; Crosaccia, da croeus, il sentiero di montagna scavato dall’acqua; gorgant, il gorgo di torrente (Valgreghentino).

Da ultimo, rimangono pochi termini derivanti da nomi di animali: Olcellera da uccello, Bagaggera dalle rane arboree, Foppaluera da lupo.

[sta in: Toponomastica brianzola, di Carlo Vergani]

http://wunderkammern.wordpress.com/2011/11/12/vercana/

Advertisements

Read Full Post »

Un gioiello della nostra terra minacciato da una cava: San Pietro al Monte, insigne basilica romanica sopra Civate, accanto al monte Cornizzolo (che una multinazionale svizzera vuole mangiare con una maxi cava.
Spero che guardiate il video ( in 3 parti ) che espone bene il pericolo e lo diffondiate.
Link al video in difesa di San Pietro: http://www.youtube.com/watch?v=opwutzTCazE

[Si ringrazia El Dragh Bloeu]

Read Full Post »