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Archive for the ‘antropologia’ Category

È possibile considerare il termine “toponomastica” sotto due diversi significati:
– per definire in senso stretto la scienza linguistica che studia l’origine, l’evoluzione ed il significato dei nomi di luogo;
– per indicare il complesso dei toponimi di una determinata area geografica: facendo riferimento alla denominazione di città, paesi, località, alture, corsi d’acqua e quant’altro, relativi al territorio che in questo caso definiamo “brianzolo”, territorio i cui confini sono rappresentati dalla linea Como-Lecco (a nord), dal canale Villoresi (a sud), dal fiume Adda (ad est) e dal fiume Seveso (ad ovest).

Gli studiosi non hanno mai mancato di interessarsi alla toponomastica allorché pubblicavano i loro libri di storia locale; mancavano però di specifica consapevolezza in materia e, non supportati da solide nozioni linguistiche, privilegiavano ricostruzioni forzate nelle quali potessero trovar posto vicende e personaggi da mito, che per così dire ne nobilitassero le origini, dando ampio spazio ad ogni congettura ed accogliendo nelle loro opere vere e proprie leggende di creazione fantastica.
In mancanza di meglio, finivano per accettare, come radice originaria dei termini, delle parole qualunque proposte come etimologia senza altro particolare criterio che quello della rassomiglianza di vocabolo o dell’assonanza fonetica.

Di simili etimologie “erudite”, nelle quali ci si può imbattere e che si rivelano già al primo sguardo palesemente mancanti di attendibilità scientifica, ce ne sono per tutti i gusti: alcune potrebbero essere, ad esempio, nei nomi di paesi che avrebbero preso il nome da divinità pagane, non importa quanto importanti: Arcore da Ercole, Proserpio dal culto di Proserpina, Verano e Vergo tramandano una dea gallica Vercana; Sartirana è dedicata a Saturno; Castelmarte, ovviamente, a Marte. Bellusco sarebbe stato un bosco sacro a Beleno.

Altre denominazioni sono fatte risalire ad avvenimenti improbabili, che si perdono nella notte dei tempi, e si rifanno a personaggi più o meno noti del mito e della storia antica: all’origine delle vicende della Brianza sono stati collocati un Briono, eroe troiano (?) ed un Brianteo, capo gallico; Olgina, un capo dei Goti, dovrebbe aver dato il nome ad Olginate, così come le streghe Alirune, che dei Goti accompagnavano l’esercito, trovano perpetuato il loro ricordo ad Airuno. Mariano Comense vorrebbe ricordare nel nome le gesta di Caio Mario o di un meno famoso Teodoro Manlio; Longone al Segrino si rifà ad un console Caio Maio Longone. Si dice di Annone che avrebbe ricevuto il nome da uno dei trenta duchi longobardi che regnarono dopo la morte di Clefi; Calco da un eroe greco, Chalcos, difensore della regina longobarda Gundeberga; Bernareggio si richiama a Bernardo marito di Roglinda, figlia di Ugo re d’Italia. Seregno a Serena moglie di Stilicone. Cornate, che si chiamò in passato Coronate, si attribuì l’onore dell’incoronazione di una regina.

Dove la fantasia ha avuto modo di sbizzarrirsi è nelle paraetimologie (accostamento di significato ad un vocabolo estraneo quanto all’origine sebbene simile per suono o grafia): Alserio si chiama così perché il termine alsit significa che vi fa freddo. Arosio rievoca la presenza di numerosi rosai; a Buccinigo si sarebbe dovuto trovare un “buco iniquo”, usato come mezzo di supplizio; ad Orsenigo dovrebbe essere esistito un orso feroce, ursus niger o ursus iniquus.
Quando a Cadorago, esso sarebbe stato un minuscolo paese, costituito da due case più una “locanda del drago” (ca’ do + drago) ed anche questa pseudoetimologia pare la dica lunga sull’attendibilità degli appassionati cultori del passato.

Per chiudere questa parentesi esemplificativa bisogna però anche ricordare la persistenza, a livello popolare, di appellativi tradizionali quali ravèe de Vila per gli abitanti di Villa Raverio o cavrot de Caverian per quelli di Capriano, e anche Besana besasc, paes di strasc, tutti giocati su pure e semplici assonanze: le rape e le capre, per quel che ne si sa, c’entrano poco.
Oggi, avvalendosi dell’indispensabile supporto degli studiosi linguistici e glottologici, si è affermato il principio, incontrastato, che la forma attuale di un nome debba riflettere in sé la storia delle vicende linguistiche del paese, ricostruibile dalla denominazione originaria e da quelle intermedie attestate da documenti.

All’inizio l’uomo è stato nomade e cacciatore e, finché caratterizzato dal suo vagabondare, non ha lasciato che poche tracce del suo passaggio nei nomi di luogo; solo nel tempo, quando ha iniziato a risiedere più stabilmente in una determinata area restringendo il suo spazio di movimento, allora è sorto il bisogno di dare un nome a dove viveva, a ciò che vedeva, a come lo vedeva, creando nella sua lingua i primi toponimi (che saranno successivamente tramandati dalla tradizione orale).

È evidente che la necessità di un’identificazione più precisa dei luoghi diventa importante con il diffondersi ed il progredire dell’agricoltura e della lavorazione del terreno e la parallela evoluzione sociale e civile della popolazione; non basterà più avvalersi di nomi locali già presenti, se ne devono creare di nuovi, che dapprima avranno avuto per lo più un significato che potesse mettere in evidenza le caratteristiche topografiche del territorio (monte, valle, colle), le qualità del terreno e la tipologia della vegetazione (campo, prato, pascolo) ed assumeranno solo più tardi la funzione di indicatori di proprietà, appartenenza o possesso nei toponimi di derivazione onomastica (nomi di persona) e nei termini prediali, cioè quelli relativi alla pertinenza di terreni e fondi rustici.

Quando i vari popoli nel loro percorso di emigrazione si stabilivano in una regione soggiogando gli abitanti locali, accadeva che i nuovi venuti imponessero la loro cultura e sovrapponessero la loro lingua a quella preesistente; di conseguenza si trovano poi a convivere sullo stesso territorio tanto toponimi ereditati dalla lingua anteriore, “vecchia”, “morta”, non più usata, quanto toponimi espressi in lingua moderna, attuale, tuttora parlata dagli abitanti del territorio: in Brianza, ad esempio, convivono nomi di luogo che si riferiscono a termini indoeuropei, mediterranei, celtici, quali Brianza, Barro, Brivio, Lambro, Maresso, con altri di chiaro significato “attuale” (per esempio Beldosso, Fornaci, Monticello); tra questi, ovviamente, rientrano le denominazioni ufficiali nei comuni di più recente costituzione (Villasanta, Albavilla).

Questo processo, avvenuto nell’Italia settentrionale per tutta l’età protostorica fino alla conquista romana, si invertirà in età barbarica quando saranno i popoli d’oltralpe ad assimilare la cultura latina del territorio occupato, pur lasciando anch’essi chiare testimonianze linguistiche della loro presenza.

Si ritiene che sia possibile riconoscere le influenze linguistiche delle diverse stratificazioni etniche attraverso l’esame della parte suffissale.
Si pensa che il suffisso -ago / -aga (Asnago, Binzago, Cimnago, Marconaga, Osnago, Camuzzago, Verzago, Crescenzaga) sia originariamente gallico e così -igo / -iga (Buccinigo, Lomaniga, Inverigo, Menzonigo, Rosnigo, Orsenigo); -ugo (Lambrugo) è suffisso celtico-uno (Airuno, Alduno, Calpuno) è desinenza di origine gallica.
-ate segnala tanto una tipica derivazione da nome personale o gentilizio latino (Agliate, Bernate, Garlate) quanto nomi di luogo denotati da una circostanza fisica o geologica particolare (Carate, Casate, Garbagnate, Novate, Rancate, Vignate).
-ano / -ana è considerato suffisso schiettamente romano, aggettivale da nome o gentiliziolatino (Cazzano, Galliano, Oriano, Robbiano, Cesano, Galgiana, Verano).

Origine dei toponimi

Si può cercare di stabilire una successione cronologica etno-linguistica prendendo in esame i nomi di origine prelatina, latina, germanico-longobarda, medioevale, dialettale.

Termini prelatini

Vengono definiti genericamente “prelatini” i linguaggi pertinenti alle popolazioni che in epoche successive hanno abitato la nostra zona prima della conquista romana: in particolare Liguri, Etruschi e Celti. I loro linguaggi hanno offerto ed offrono ai glottologi una materia di studio molto attraente, ma presentano tuttora non poche difficoltà di interpretazione.

I Liguri, antica popolazione mediterranea di incerta provenienza, già dal terzo millennio avanti Cristo occupavano l’area lombarda, dalla pianura padana ai laghi prealpini, nella quale verso il 500 a.C. si insediarono gli Etruschi, e a cui qualche secolo più tardi si sovrapposero gli stanziamenti di Celti e Galli.

Gli studiosi hanno considerato un suffisso originario proprio dei Liguri la terminazione in -asco (Arcellasco), che sarebbe poi stata assimilata dai Celti; e potrebbe essere ligure anche il suffisso-enna a volte attribuito agli Etruschi (Crevenna, Senna).

Appartengono all’elemento ligure i temi sarsersev che hanno il significato di “scorrere” di un corso d’acqua (ne abbiamo traccia in Alserio, Serenza, Seveso, Sirone), clav ovvero “rupe sporgente” (Civate), nava ovvero “conca prativa, radura, campo o piano tra i boschi”; la radicemediterranea lamrlam a cui è connesso il significato di “corso d’acqua profondo” che troviamo in Lambro; rava ovvero “frana, smottamento, detriti” (Ravellino, Raverio) e forse auciaaugia ovvero “terra arativa recinta da siepi e fossati” (Olgelasca, Olgiate, Olginate).

Si fanno risalire ad un antico strato prelatino, imprecisato, anche varie parole che potremmo ritrovare, adattate, nei diversi termini dialettali in cui sono passate successivamente: così crem,cram con il significato di “altura, rialzo del terreno” per Cremella, Cremnago; caracarra ovvero “pietra, sasso, roccia” ipotizzato per Carnate e Caraverio.

Si è voluta vedere una concentrazione di toponimi di origine ligure soprattutto nella valle di Rovagnate dove si è giunti a presupporre in età pre-celtica un insediamento di Vopsi, popolo di origine ligure, tra Lissolo (limes Vopsorum) ed Ossola.

Tracce del linguaggio etrusco sarebbero presenti in alcuni nomi locali corrispondenti a nomi etruschi di persona: Asnago, Bernaga, Carcano, Cermenate, Copreno, Senna.

Terminologia celtico-gallica

I Celti, popolazione indoeuropea che i Romani chiamarono Galli, occuparono la pianura padana attorno al V secolo a.C. e fondarono Milano all’inizio del IV secolo.

Si possono ritenere di origine gallica i nomi con la desinenza in -uno, come Airuno, Alduno, Calpuno, e in -ugo (Lambrugo, Carugo); sono originariamente gallici i suffissi -igo di Buccinigo, Giovenigo, Menzonigo, Rosnigo e quello assai diffuso -ago.
Quest’ultimo suffisso si presenta generalmente aggiunto, nella denominazione di un fondo, ad un nome di persona o gentilizio di colui che dovrebbe essere stato il fondatore o proprietario o possessore del luogo, dando vita ai cosiddetti toponimi prediali, quali Barzago, Birago, Bulciago, Cucciago, Mezzago.

Una tipica terminazione celtica per i nomi di luogo, peculiare in Lombardia e Piemonte, ampiamente diffusa in tutta la Brianza, dalla linea ai piedi delle Prealpi a nord a quella tra Seveso ed Adda a sud, è presentata dai toponimi in -ate; in genere, a differenza di quelli in -ago appena citati, questi toponimi (suffisso corrispondente al latino -ates, al medioevale -atum, al dialettale -aa) non hanno riferimenti onomastici, bensì tendono a riflettere una particolarità “fisica” del luogo: caratteristiche del terreno, vegetazione, colture o altre caratteristiche similari: come esempi si possono citare Arlate, Beverate, Cabiate, Casnate, Novedrate.

Tra i vocaboli di origine gallica che hanno lasciato traccia negli attuali nomi di luogo ce ne sono diversi il cui significato è da tempo dato per noto ed acquisito; tra gli altri bar, barros nel significato di “cespuglieto, sterpeto”, onde Barro, Baraggia e Bareggia, Bartesate; dunum ovvero collina, altura (Airuno, Alduno, Cavonio); rava ovvero ghiaia (Ravellino); mara, marra ovvero acquitrino (Maresso); morga ovvero corso d’acqua (Molgora); briva ovvero ponte (Briosco, Brivio); mello ovvero collina (Merate, Merone); brennos ovvero capo (Brenna, Brenno); carn ovvero rupe (Carnate) e, notissimo, brig ovvero luogo elevato (Brianza).

Bisogna accennare anche ai nomi di divinità celtiche che si vogliono rintracciare in alcuni toponimi attuali: Bubona protettrice degli armenti in Beolco; le dee Matrone in Valmadrera; Vercana (dal minaccioso significato di “collera”) per Vergo e Vergano (c’è anche un paese che si chiama Vercana in provincia di Como); Beleno, divinità gallica assimilabile ad Apollo, per Bellusco.

Termini di origine latina

Alla fase gallica si è sovrapposta la fase della romanizzazione che. come ben si può intuire, ha lasciato una grande quantità di toponimi. I Romani assoggettarono i Celti (o Galli) nel 222 a.C., completarono la conquista della regione nel 191 a.C. e, impostata su uno stabile insediamento di colonie e municipi, diedero forma a quella ben strutturata organizzazione territoriale, viaria, civile ed agraria che si manterrà sostanzialmente valida fino in epoca medioevale.

All’epoca romana spettano in massima parte gli antroponimi, cioè quelli derivanti da nomi di persona, in genere con suffissi che indicano appartenenza; una categoria antroponomastica importante è infatti quella dei toponimi prediali o fondiari, cioè dei nomi locali che designano i possessori dei terreni. Nei toponimi prediali troviamo spesso il suffisso latino -anum, divenuto poi -ano, -ana: possiamo citare Anzano (da Antius), Besana (Baesius), Cagliano (Callius), Cassano (Cassius), Cazzano (Cattius); Cesana e Cesano (Caesius), Galliano (Gallius), Giovenzana (Iuventius), Giussasno (Cluttius), Mariano (Marillus), Oriano (Aurelius).
Anche -ate segnala una tipica derivazione da un nome personale o gentilizio latino: Agrate, Albiate, Omate; ma è presente anche in diversi nomi di luogo a denotare una circostanza fisica o geologica particolare: Civate, Cornate, Lentate, Olgiate, Rancate, Renate, Vignate.

I nomi risalenti all’età romana sono numerosissimi ed in molti casi non è semplice distinguerli da quelli neolatini di epoca più tarda, essendo fin troppo facile vedere in ogni luogo la presenza di un gentilizio romano che indicherebbe, aggettivato, la proprietà del terreno.

Sono quasi sicuramente di origine latina i derivati da nomi di persona più antichi: Calvenzana da Calventius, Lesmo da Laetissimus, Cassago che è Cassiciacum, Pusiano da Pusillius, Tabiago da Octaviacus, Galbiate dal personale Galbius.

Sono romani i termini specifici di vocie come villa che in origine si riferiva ad una dimora di campagna o una fattoria con podere e che in seguito acquista il significato di “paese”; vicus (Sovico, Vimercate, Viganò) dapprima indicava un gruppo di case prossimo alla città, un villaggio o anche un quartiere cittadino; vicolo ne è il diminutivo nel senso di “via stretta” (Vighizzolo); colonia, stanziamento di coloni e complesso agricolo coltivato da coloni (Cologna, Cicognola; ma anche non in Brianza Cologno Monzese ad esempio), mercatus (Vimercate), e termini di ambito agrimensorio quali quadrata (Carate), arca (Arcore), maternus e paternus (“fondo ereditato dalla madre o dal padre”: (Cesano) Maderno, Paderno), serta ovvero confine (Sirtori).

Vi sono alcuni toponimi di matrice latina che vogliono sottolineare qualche caratteristica del luogo: Perego da pelagus (conca d’acqua), Verderio e Varedo da viridarium (orto, giardino), Bagnolo da balneum; l’utilizzo del terreno: Bestetto, da bestum ovvero pascolo; le attività estrattive o produttive: calcaria, fornace per la calce, in Calchera; Figina da fictilia, estrazione di argilla.
Altri riportano termini riferibili all’ambiente militare, come gli accampamenti: agger (Cereda, Bagaggera: pagus aggerium) e castra (Casternago); il presidio: stabulum (Prestabbio); i magazzini: horrea (Orana).

Dovrebbero risalire all’età romana i nomi che indicano distanze militari (Desio) e quelli che si richiamano alla viabilità: trivium ovvero incrocio di tre strade (Trebbia); quadrivium ovvero incrocio di quattro strade (Caribbio); traductus ovvero luogo di passaggio, traghetto (Triuggio); vadum ovvero guado, transito.
Pobiga deriverebbe da publica via, Rota da via rupta ovvero strada aperta.

A questo proposito, non si può non segnalare quanto propone Virginio Riva in Le origini della Brianza (1987), anche se nell’etimologia di qualche località introduce ipotesi senz’altro ingegnose ma non sempre adeguatamente supportate da riscontri documentali.
Dimostrando passione ed interesse va a ripercorrere il tracciato brianteo di antiche strade romane, in particolare la via Ulteria e dei Laghi, ricostruendo per ogni località passata meticolosamente in rassegna una suggestiva etimologia ad hoc.

Avremmo così Olginate = Ultia in itinere e Olgiate = Ultia ad iter (riferiti alla via Ulteria); Porchera = apud Ulterian (presso la via Ulteria); Olcellera = Ulteriae miliaria (pietre miliari sulla via Ulteria); Airuno = Ulteria in uno (confluenza tra due percorsi della via Ulteria); Alduno = ad unum (dove la strada prende un’unica direzione); Beolco = bivium Ultiae Lacuum (bivio della via Ulzia e via dei Laghi); Dolzago = ad Ultiam Lacus (antica via Ulteria e dei Laghi); Calco = Caligae vicus (villaggio sulla via Caliga); e perfino Perego = per Comum (via verso Como) e Peregallo = per Gallos (via verso il territorio dei Galli).

Termini di origine longobarda e germanica

I Longobardi, popolazione germanica di probabile provenienza scandinava, arrivarono dalla Pannonia a conquistare l’Italia verso la metà del VI secolo; la loro dominazione durerà all’incirca duecento anni, dal 568 al 775 AD, quando verranno sopraffatti dai Franchi.

La presenza longobarda ha lasciato tracce toponomastiche caratteristiche soprattutto in termini che ricordano ordinamenti militari e giuridici e pratiche di amministrazione delle terre, ed in voci di origine germanica che riguardano l’utilizzo di boschi e prati: questo è indicativo della manifesta tendenza di questi popoli all’abbandono delle coltivazioni ed alla sostituzione dell’agricoltura con l’allevamento brado di cavalli, bovini e suini.

A titolo di esempio si citano scario, voce che designa un comandante militare (Scarenna); gahagi, gaggio, termini con cui si indica il bosco riservato al signore e vietato agli altri (Gaggio); sala viene detto in origine il grande locale dove si riuniscono i dipendenti pastori e servi di un signore e dove vengono raccolte le derrate, poi passa nell’uso comune ad indicare una residenza padronale, quindi una casa di campagna, fattoria, cascinale (Sala al Barro); il toponimo Stolegarda ha il significato di “allevamento di cavalli” risultando composto da stodi = cavallo e gard = recinto; infine treuwa designa un luogo di sosta, di fermata (Tregasio).

Termini di origine medioevale

Durante il Medioevo si mantiene vivo l’uso di denominare i luoghi per mezzo del nome personale del proprietario, sia che si tratti di nomi che rimangono nella tradizione, latini in maggioranza (Cagliano da Callius, Capiate da Capius, Mozzana da Mucius, Rovagnate da Ruberius), che di nomi di origine germanica (Inverigo da Ingverich); in questo periodo si diffondono anche i soprannomi.

Molti nomi dell’età medioevale sono allusivi a condizioni speciali dei luoghi: Caraverio è un “luogo ingombro di sassi e pietre” (da caravum); Moiana e Moiachina sono “terreni paludosi o acquitrinosi” (molleus, moeuj = umidiccio); Robbiate rimanda al colore rosso (rubeus) delle rocce circostanti; Gera e Sabbioncello segnalano l’abbondante presenza di ghiaia e sabbia sul loro territorio.

Una curiosità a questo riguardo: una particolare categoria di nomi è costituita dal composto di una forma verbale e di un nome comune come, per esempio, Boffalora “località esposta ai venti”; Cantalupo “luogo infestato dai lupi”; Guzzafame “terreno scarsamente produttivo, da cui non si trae adeguato raccolto”.
Altre caratteristiche sono espresse da aggettivi quali aprico (Inverigo, ma anche Montesolaro fa riferimento ad una posizione soleggiata), orfano (Montorfano), summus (Sovico), ustus (“bruciato”: Ostizza), o da nomi quali meta (Meda), poncia, cogoro (Cogoredo, Concorezzo), corno (Corneno), clivus (Civate), corrigium (Correzzana).

Interessanti i toponimi che tramandano rapporti giuridici e magistrature medioevali: ad esempio Bestetto (bestum è il diritto di pascolo nelle selve). Perticato (diritto del salariato di coltivare un appezzamento di terreno), Concesa (concessum è un beneficio accordato); Terzuolo riguarda la quota parte spettante (un terzo) della produzione di fieno o di un fondo; Valaperta dice di campi e boschi sfruttati in comune, come Vertemate (vertema = terra comune), Vianò e Viganò (vicanalia = terre, fondi posseduti in comune da tutti gli abitanti del villaggio); Camporeso è un campo restituito ad uso pubblico dopo un periodo di privatizzazione.

Si ritiene che risalgano in gran parte all’età medioevale, con tendenza a conservare la terminologia latina, i nomi che hanno attinenza con la situazione e le condizioni della vegetazione e dei terreni: novetum (Novate, Novedrate), ronco (Ronco, Roncello), serta (Sirtori), silva (Salvadera), viridarium (Verderio), viridetum (Varedo) e nel riferimento a determinate colture arboree o erbacee: Casnate (“castagneto”), Fecchio (“felceto”), Rogoredo (“rovereto”), Cereda (“cerreto”), Imberido (iunipertum = bosco di ginepri); quelli pertinenti a costruzioni ed edifici di vario tipo: casearia = luogo dove si fa il formaggio, castello, grancia, molino, torre.

Appaiono diffusi, nel periodo, i nomi relativi ad edifici (canonica, domus = pieve; casa dei = ospizio) ed istituti religiosi (Prevostura); numerosi luoghi derivano il nome dal santo titolare della chiesa o di un oratorio.

Termini di formazione dialettale

Alle tradizioni preromane, latine, longobarde e medioevali si è sovrapposto l’uso del dialetto che ha recuperato, riutilizzato ed anche deformato antichi vocaboli, così che dei nomi tramandati da voci dialettali è spesso difficile individuare l’origine precisa.

Una porzione significativa dei termini dialettali si allaccia al lavoro nei campi, alle pratiche di allevamento e di pastorizia ed alla società contadina e rurale in generale, compresi i riferimenti ad opere di sistemazione e terrazzamento dei pendii, alla coltivazione della vite, a lavori generici di bonifica e di irrigazione. Bolch è il bifolco, il contadino cui è affidata la cura dei buoi (Beolco); vacarecia il tempo che la mandria sta al pascolo sui monti (Vaccarezza) ed anche il prezzo che si dà al guardiano (vacchée). Rancà significa estirpare, svellere, abbattere e bruciare i boschi per dissodare il terreno per coltivarlo (Rancate); brovà è potare e ripulire la vite dal seccume (Brovada); trescà è trebbiare (Trescano). Gerb, zerb si dice di terreno non dissodato, incolto (Gerno, Proserpio); runch è il colle terrazzato a vigneto, passon il palo di sostegno delle viti (Passone).

Alcuni toponimi si riferiscono all’attività estrattiva: Cerizza, Scerizza da sarizz, specie di granito, Coera dalla pietra cote; altri alludono a situazioni particolari del terreno: Chignolo, da chignoeu, è una striscia di terra a forma di cuneo; Crosaccia, da croeus, il sentiero di montagna scavato dall’acqua; gorgant, il gorgo di torrente (Valgreghentino).

Da ultimo, rimangono pochi termini derivanti da nomi di animali: Olcellera da uccello, Bagaggera dalle rane arboree, Foppaluera da lupo.

[sta in: Toponomastica brianzola, di Carlo Vergani]

http://wunderkammern.wordpress.com/2011/11/12/vercana/

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Nel 1959, durante i lavori di restauro della Chiesa di Santa Croce nell’omonima valle in provincia di Lecco, furono rinvenute sugli angoli del muro di spinta che sorregge il terrapieno del piccolo sagrato antistante l’oratorio due grosse colonne in arenaria: su una di queste è incisa una breve iscrizione in alfabeto così detto nord etrusco databile al VI-V secolo a.C.

Questa iscrizione dimostrerebbe quindi la presenza di popolazioni di stirpe etrusco ligure; la stessa iscrizione confrontata con simili iscrizioni venute alla luce sul lago d’Ora ed in Val d’Ossola è interpretabile con il termine Vospi, appellativo attribuito a genti di stirpe ligure.
L’origine del nome della città di Domodossola potrebbe risalire a Domus Vopsi.

Il significato dell’iscrizione è comunque incerto e molto discusso, una interpretazione vi legge Vopsil, un’altra Mopsil da Mopso – Mopsilia – Massalia, radice etrusca del nome Missaglia, assonante con Marsiglia.

L’iscrizione fa pensare che fin da quel tempo antichissimo Missaglia doveva essere un centro di rilievo, tanto da dar luogo ad iscrizioni su pietra considerato che, a quel tempo, il privilegio della lingua scritta doveva essere cosa rara.
Nella zona vi sono altri toponimi riecheggianti gli antichi abitatori: poco a sud della Valle Santa Croce, sotto Missaglia, si trova una località chiamata Ossola (nei pressi della frazione Maresso) dove presumibilmente passavano i confini meridionali del territorio abitato dal ceppo dei Vopsi; la località Lissolo, situata sulla sommità dei rilievi che delimitano a nord la Valle Santa Croce, rappresentava probabilmente il confine settentrionale con il nome Limes Vopsorum, confine dei Vopsi.

La presenza di queste popolazioni dalla tecnologia abbastanza evoluta ci garantische che, attorno al V secolo a.C. si andava diffondendo l’uso dei metalli più duri, come per esempio il ferro. Già da allora si lavorava la pietra arenaria; nelle cave più grandi si sono trovate tracce di antiche abitazioni (al tempo si lavorava anche la lana come documenta il ritrovamento di pesi di telai nell’alveo del torrente Curone nei pressi di Busarengo in località Ronco).

Ulteriore prova della presenza etrusco ligure sul territorio è la denominazione del torrente Curone, identica a quella del corso d’acqua che dal monte Ebro confluisce nel Po, derivante dal nome del ceppo dei Curoni o Curuni della stessa stirpe dei Vopsi.

[tratto da qui]

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Val Camonica

395 milioni di anni fa
Sul finire dell’era paleozoica, dal periodo Devoniano (395 milioni di anni fa) al periodo Permiano (280 milioni) un grandioso fenomeno geologico, denominato ercinico, interessa tutta l’Europa e determina la formazione di una catena montuosa precedente quella alpina attuale. In parte il fenomeno è costituito dalla formazione della crosta continentale in zolle, con frantumazioni ed attività vulcaniche, e successivi movimenti delle stesse zolle che, comprimendosi, determinano forme montuose spingendo verso l’alto sia le rocce originate dai sedimenti marini, sia rocce continentali.

Prendendo il posto della catena ercinica, le Alpi ne hanno lasciato ben poche testimonianze, chiare comunque sui monti a nord della Valsassina, in territorio lecchese (350 milioni di anni fa) e, più recenti, sul Pizzo dei Tre Signori e sul varrone (280 milioni).

200 milioni di anni fa
Circa 230 milioni di anni fa (periodo triassico) inizia la grande deriva dei continenti. Un’enorma fessura nella crosta terrestre si crea sulla linea oggi segnata dai sistemi montuosi Alpi-Himalaya. La fessura è delimitata da due insiemi di zolle, a nord la Laurasia e a sud la Gondwana. La Laurasia è composta dagli attuali Nord America, Europa ed Asia (India esclusa), la Gondwana da Sud America, Africa, Australia, Antartide ed India. La fessura è via via occupata da un mare, denominato Tetide, sul cui fondo si depositano sedimenti originati dall’erosione delle terre emerse, da banchi corallini, da microrganismi.
La Tetide raggiunge la sua massima espansione nel periodo Cretaceo, circa 140 milioni di anni fa.

100 milioni di anni fa
Le zolle continentali cominciano a muoversi, stavolta l’una verso l’altra. La sponda settentrionale si immerge sotto quella meridionale. Lungo la linea di immersione si accatastano le rocce formatesi sul fondo della Tetide. L’enorme pressione tra i lembi delle due zolle le fa in parte emergere, in parte emergere verso l’alto, spingendole sotto forma di falde sulla zona settentrionale.
Alla fine del fenomeno, chiamato orogenesi alpina e durato da 70 a 5 milioni di anni fa (periodo Terziario dell’Era Cenozoica), si è creato un fronte lungo circa 1000 chilometri e profondo 100. Sono nate le Alpi.
Alla fine di questo periodo, alcune masse si sono riavvicinate, com’è accaduto tra continente africano ed Europa meridionale, con la creazione delle Alpi, e l’India che è andata ad incastrarsi profondamente nell’Asia dando origine all’Himalaya. Altre si sono allontanate, come il Sudamerica dall’Africa (ancor oggi si può vedere come i loro profili combacino) e l’Australia dall’Antartide.

Tra 40 e 15 milioni di anni fa
Verso quello che sta sempre più assomigliando all’attuale Mediterraneo, i fiumi trascinano rocce cristalline e grossi ciottoli calcarei meridionali (originari della Tetide), insieme a marne ed arenarie. La cosiddetta Gonfolide di Como raggiunge, in questo periodo, oltre 2000 metri di spessore.

Tra 15 e 5 milioni di anni fa
Si chiudono le comunicazioni con l’oceano ed il livello del Mediterraneo si abbassa bruscamente. I fiumi alpini tendono quindi ad abbassarsi a loro volta, incidendo profondamente il loro letto ed originando dei canyon. L’Adda, per sfociare nel Mediterraneo a sud di Como, si apre la strada ai piedi dei monti tagliando i depositi della Gonfolite. I canyon del Ticino, dell’Adda e dell’Oglio, fiumi subalpini, nel tratto scavato tra le montagne hanno oggi dei fondali a livello inferiore a quello del mare, a differenza dei laghi transalpini che hanno invece dei fondali a livello superiore, in quando restano sempre in comunicazione con l’oceano.
Il fenomeno geologico è riscontrabile lungo tutte le coste del Mediterraneo, sul Nilo, nelle valli del Rodano e del Var, nei canyon sottomarini della Provenza.
In questo periodo la depressione del ramo lecchese del lago ancora non esiste. Soltanto nel corso delle successive glaciazioni dovrebbe essersi erosa la via oggi segnata dal ramo lecchese. Solo tra le due ultime glaciazioni, trovato il ramo comasco sbarrato da nuove formazioni moreniche, l’Adda avrebbe preso il suo corso attuale.

Da 600 mila a 120 mila anni fa
Siamo nell’Era Quaternaria, tuttora in corso. A segnare profondamente la configurazione del territorio del Lario sono le 4 grandi glaciazioni, l’ultima delle quali, quella denominata di Wurn (120 mila anni fa), lascia i segni oggi maggiormente riscontrabili sul territorio lariano. Durante le glaciazioni, enormi masse di ghiaccio trasportano verso sud materiali diversissimi, creando depositi morenici, argillosi, sabbiosi o a ciottoli.
Il ghiaccio dell’Adda scenderà lungo lo spacco del Lario, ricoprendo l’intera regione fino a congiungersi ai ghiacciai paralleli del Ticino. Ben visibili sono oggi, lungo le pareti dei monti, le levigature provocate dal pietrone spinto in avanti da ghiaccio. In alcune zone il deposito di materiale franoso comporterà la creazione di fasce di terrotrio particolarmente fertile, come a Dervio e, in misura minore, a Bellano e a Varenna. Tutte zone favorevoli all’insediamento umano, come pure i depositi morenici sui fianchi delle valli.
Gli anni dell’età glaciale sono definiti Pleistocene. Eccone la suddivisione (cifre in millenni):
600-540: prima era glaciale (Gunz)
540-480: prima era interglaciale (Gunz-Mindel)
480-430: seconda era glaciale (Mindel)
430-240: seconda era interglaciale (Mindel-Riss)
240-180: terza era glaciale (Riss)
180-120: terza era interglaciale (Riss-Wurm)
120-10: quarta era glaciale (Wurm)
Storicamente ed antropologicamente, lo stesso periodo viene definito Paleolitico (o “della pietra antica”) e si suddivide in tre fasi:

600-100: paleolitico inferiore
100-50: paleolitico medio
50-10: paleolitico superiore.

ritrovamenti litici, Val Cavallina (Bergamo)

Tra 120 mila e 10 mila anni fa
È il periodo dell’ultima glaciazione, e a questa epoca potrebbero riferirsi (il condizionale è però d’obbligo) le più antiche tracce di presenza umana nel territorio lariano, rinvenute nelle grotte del Buco del Piombo, sopra il comune di Albavilla, e del Tanum nell’alta valle del Cosia. Si tratta di selci lavorate, che però potrebbero anche essere state trascinate nelle grotte dall’acqua proveniente da altre cavità collegate. Siamo nella prima età della pietra, e le popolazioni che abitano il territorio del Lario sono nomadi, cacciatori e raccoglitori che si spostano da zona a zona, nei periodi caldi o tra una glaciazione e l’altra, senza creare insediamenti artificiali. Attorno a 50 mila anni fa sono datate le selci lavorate rinvenute nel sottosuolo di Bagaggiara (Val Curone, Merate).

L’evoluzione dell’uomo 4.000.000 a.C.
– primi ominidi conosciuti 1.750.000 a.C.
– utensili di pietra 600.000 a.C.
– il Pithecantropus si evolve 200.000 a.C.
– forse l’Homo Sapiens
– uso del fuoco 95.000 a.C.
– Homo Sapiens definitivamente evoluto, sepoltura dei morti 30.000 a.C.
– prime arti 9.000 a.C.
– inizia l’allevamento degli animali e forse anche l’agricoltura.

Dall’8000 al 2000 a.C.
Gli stanziamenti umani più remoti furono nei dintorni di Varese: sull’Isolino del lago e, assai più cospicui tanto da aver dato il nome ad una cultura, alla Lagozza presso Gallarate.
Le caratteristiche della Lagozza sono utensili in pietra levigata ed una ceramica primitiva a bocca quadrata. Gli oggetti denunciano la pratica dell’agricoltura e dell’allevamento. Tracce simili sono presenti nelle torbiere di Bosisio Parini.
Anche la torbiera di Albate potrebbe essere stata il centro di insediamenti simili, ma i reperti sono troppo scarsi per averne la certezza.
I resti di palafitte neolitiche sono stati individuati anche nel lago di Montorfano.
Assai più recenti (2500 a.C. circa) sono i reperti del Buco della Sabbia, una grotta del Monte Cornizzolo nei pressi di Civate, una vera e propria necropoli con frecce di selce, oggetti d’oro ed ornamenti in rame.

Intorno al 2000 a.C.
Si espande la colonizzazione dell’area del Lario. Resti di palafitte sono presenti sull’Isolino dei cipressi del lago di Pusiano, al Pescherino tra Malgrate e Lecco, al lavello di Calolzio sull’Adda, sul lago di Segrino.
Si tratta comunque di culture assai primitive, specialmente se confrontate con quelle dominanti nella stessa epoca in Egitto e Asia Minore.
Occorre attendere la seconda metà del secondo millennio a.C. e l’arrivo dei popoli appartenenti al ceppo indoeuropeo, originario della pianura del Volga (i celti) per un vero salto di qualità.

Ritrovamenti paleolitici nel comasco (Museo di Como)

Tra la fine del XIII secolo ed agli inizi del XII secolo a.C.
Fondazione di Como. L’ipotesi più verosimile è che avvenga ad opera delle popolazioni liguri che nel Neolitico abitavano nell’odierna Lombardia. Verso la fine del II millennio cercano spazio per nuovi insediamenti. Oggi ne conosciamo certamente uno, quello presso il borgo di Golasecca, lungo il Ticino a sud del lago Maggiore. Hanno subito l’influenza dei Celti. In particolare, ne hanno appreso un’usanza funebre, la cremazione. I resti dei corpi inceneriti vengono raccolti in urne di terracotta o metallo, deposte poi in tombe scavate nel terreno.
Strettamente legati alla “civiltà di Golasecca” sono i Liguri che, verso il 1000 a.C. si stabiliscono sui colli attorno a Como, dando vita ad una civiltà a sua volta originale, quella della Ca’ Morta.
Como viene fondata sulle pendici sud-occidentali del Monte Croce, tra gli attuali abitati di Breccia, Prestino, Leno e San Fermo.
Tito Livio chiamò il centro princiaple Comun Oppidum. Gli abitanti seppelliscono i defunti a valle, appunto alla Ca’ Morta.
Alcune borgate attrezzate a difesa, definite castella da Tito Livio, sorgono sulle alture vicine: Moncucco, Cardano, Vico, Vergosa, Trecallo, Civiglio, ed altre, per un totale di 28.
Necropoli vuol dire cimitero, città dei morti. E la necropoli della Ca’ Morta è appunto il cimitero degli antichissimi abitanti di Como. Con Ca’ Morta si intende una zona molto vasta, situata tra Rebbio, Breccia e Grandate, che deve il suo nome ad una costruzione rustica, ora abbattuta, che sorgeva lungo il tracciato della Statale dei Giovi. Ma non è da escludere che fosse vero il contrario, e che cioè la costruzione dovesse il suo nome alla località in cui sorgeva. Ca’ Morta significa “casa dei morti”.
I terreni della Ca’ Morta servivano un tempo per l’estrazione di ghiaia e sabbia, ed è durante i lavori di scavo che i primi reperti vennero alla luce (1842).
Gli antichi comaschi scavavano nel terreno una fossa circolare o poligonale, la rivestivano di pietre e vi collocavano l’urna cineraria, in terracotta o bronzo, con i resti del defunto e gli ornamenti che questi aveva indosso durante la deposizione sul rogo. Nella buca (o “pozzetto”) venivano collocati anche alcuni oggetti utilizzati durante il rito funebre. Quindi la tomba era chiusa con un lastrone di pietra. Pochissime le armi ritrovate, a testimonianza del carattere per lo più pacifico delle popolazioni.
I reperti risalgono ad un’epoca compresa tra l’XI ed il V secolo a.C..
La presenza dei vari oggetti di importazione, soprattutto vasellame, dimostra l’intenso rapporto commerciale con gli Etruschi e, in misura minore, con Veneti e Celti.

Dal X al VII secolo a.C.
La civiltà comacina si sviluppa sostanzialmente in pace ed indipendenza. Verso la fine del VI secolo gli Etruschi arrivano nella Valle Padana, spingendosi oltre il Po e stabilendosi a Mantova e a Melpum, forse l’odierna Melzo. Non raggiungono il territorio lariano, ma intrecciano intensi scambi commerciali con i Comacini, all’apice della loro attività.
Incomincia a diffondersi un alfabeto di chiara provenienza etrusca.

VI-V secolo a.V.
La prima calata dei Galli, popolazione celtica stabilitasi nell’attuale Francia, avviene nel 520 a.C., la seconda attorno al 400 a.C.
Lo storico Polibio la situa tra il 390 ed il 387.
Il territorio lariano rimane pressoché indenne da questa seconda difesa. I Galli vincono gli Etruschi al Ticino, occupando l’Italia del nord fino all’Adige, passano il Po stanziandosi in Emilia e nelle Marche (Senigallia).
Gallia Cisalpina viene denominato tutto il nord Italia, escluso il Veneto. Nel 390 i Galli si scontrano con i romani una prima volta a Clausium (Chiusi).
Il 18 luglio 387 li sconfiggono sul fiume Allia. Roma viene conquistata e devastata dai Galli guidati da Brenno, che cingono d’assedio il Campidoglio e si ritirano solo dopo il pagamento di un pesante riscatto.
Autorevoli studiosi si dicono convinti che molto del carattere e dell’impronta celtica possa essere rimasto negli abitanti del Lario.

Dei celti ci parlano antichi come Polibio, Posidonio, Strabone e Diodoro Siculo. Intanto il nome. Chiamati Celti dai Greci, quelli incontrati dai romani e provenienti dalla Gallia (Francia) furono appunto chiamati Galli. Pare fossero alti, di carnagione chiara, con i capelli lunghi e biondi. Di carattere estroverso, costituivano una società rigidamente maschile, in cui le classi dominanti erano due: i cavalieri ed i druidi (sacerdoti). In costante movimento, con famiglia e schiavi, erano organizzati in tribù autonome. Vivevano in modo assai primitivo, dormendo sulla nuda terra e cibandosi per lo più di latte e carne di maiale. Erano armati con lunghe lance di ferro, uno scudo e spade che agivano solo di taglio. In battaglia usavano carri montati da due guerrieri. I nemici vinti erano decapitati ed i teschi appesi sulla porta delle capanne. Qui essi conservavano pure i teschi dei parenti: un’usanza questa che, trasportata nei cimiteri, era in vita sul Lario fino al secolo scorso.

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Di solito si pensa che le streghe abbiano popolato montagne impervie e valli sperdute, che i roghi abbiano sinistramente illuminato villaggi lontani, isolati, in cui gli inquisitori riuscirono a far leva sul “naturale senso” di superstizione di popolazioni arretrate, primitive, pronte a credere al demonio e alle favole del sabba.
In realtà le maliarde, ministri di un culto antico, retaggio dell’arcaica religione “delle pietre, delle fonti e delle piante”, più volte condannata dalla chiesa, che tentò di estirparla con ogni mezzo, dalle persecuzioni alla cooptazione di molte cerimonie alla ridicolizzazione, abitavano anche nelle città. Certo: in ambito urbano il controllo era più efficace, più puntuale; a differenza che sulle Alpi, c’era un prete per ogni parrocchia; i predicatori potevano esercitare comodamente la professione; il braccio secolare era sempre pronto ad intervenire, su richiesta.
Ma c’erano zone dove raramente sbirri e prelati si arrischiavano ad addentrarsi: ricordiamo che a Milano il Rebecchino, il quartiere medioevale fitto di vicoli e vicoletti, passaggi bui, portici oscuri, sotterranei, fu abbattuto solo nella seconda metà dell’Ottocento: non potendo “risanarlo” (cioè non riuscendo a cacciar via la massa di miserabili che lo abitava) un parente del sindaco comprò il terreno sottocosto, per poi rivenderlo al Comune nel giro di pochi mesi, ovviamente a prezzi iperbolici. Fu minato: in macerie finirono portici del Quattrocento affrescati, come il Coperto dei Figini, bifore, trifore, stracci, gatti e (si suppone) anche qualche poveraccio. La vicenda finì in scandalo, non per gli sfollati, ma per i giri di soldi illegali. Vecchia abitudine.
Da quei posti, dicevo, i rappresentanti della legge, dell’ordine e della morale si tenevano bene alla larga; d’altra parte, difficilmente avrebbero potuto entrare: il tasso di affollamento delle case di ringhiera nelle strade dei disgraziati, fino agli anni Venti, dava un indice di affollamento di undici residenti per stanza: ovviamente, durante il giorno, la gente stava per strada. La notte, chissà.

Altro luogo ameno, in cui le streghe sono presumibilmente sopravvissute fino a poco tempo fa, erano gli spazi attorno alle mura della città: in quelle muraglie, generazione dopo generazione, i più marginali avevano scavato dei buchi in cui si riparavano. Anche da là dovettero sbatterli fuori con la forza quando abbatterono i bastioni per farci la circonvallazione interna.
Da quelle tane la mattina uscivano decine e decine di donne, che andavano in giro per ore, per raccattare qualcosa da mangiare, da portare ai figli, rimasti a razzolare per strada in attesa del ritorno delle madri. Spesso dovevano aspettare fino a sera.
Questo l’ambiente in cui si muovono le nostre fattucchiere, a Milano.
Certo, in una metropoli come la capitale lombarda, in cui il ritmo della storia è stato serrato, pieno di rivoluzioni, guerre, invasioni, rivolte, cambiamenti, la memoria popolare sulle nostre signore ha mantenuto poco: anche perché la propaganda ecclesiastica è stata efficacissima. Carlo Borromeo promise agli emissari della Santa Inquisizione che, se l’avessero lasciato fare da solo, avrebbe lavorato meglio di loro. Aveva ragione.
Ma qualcosa è rimasto, che ci permette di seguire un filo rosso che dai processi ci porta al ricordo di riti sciamanici, legati alla natura e alla dea madre, signora della terra e delle bestie, del sesso e del piacere, del sangue e della morte.

“Salute a te, signora Oriente”. “State bene, brava gente”: questo il saluto che si scambiavano maestra e discepola quando si trovavano per il sabba. La riunione, chiamata anche, guarda caso!, gioco, a cui si recavano le streghe nelle notti tra il giovedì ed il venerdì era sempre presieduta da una Signora trattata con il massimo rispetto, soprannominata, a seconda dei casi, Diana, Oriente, Erodiade. Quelle streghe che, a Milano, si chiamavano Sibilla e Pierina di Brivio. La loro sentenza di morte fu letta nel 1390 dal podestà in persona, dal balconcino della Loggia degli Osii.
Sibilla e Pierina non sono fondatrici di nuove, eretiche dottrine; più semplicemente, sono maghe che seguono una religione antichissima: quella della Grande Madre della natura e degli esseri viventi, diffusa ovunque in Europa, dalla Siberia ai Pirenei. Sono tra le prime streghe milanesi che la storia ricordi. Al processo confesseranno eventi straordinari: ogni settimana partecipavano a feste presiedute dalla misteriosa dama, che istruiva gli intervenuti e scioglieva qualunque dubbio le sottoponessero: malattie, furti, malefici.
A quelle feste partecipavano anche gli animali: “Nella medesima compagnia si recano anche a due a due animali d’ogni specie tranne le volpi e gli asini perché questi portano la croce e se uno soltanto mancasse, tutto il mondo ne sarebbe distrutto e di uomini ne vanno che sono vivi e che sono morti; tra questi ultimi quelli che morirono impiccati o decapitati hanno una gran vergogna e non osano alzare la testa stando nella compagnia… La suddetta Oriente istruisce i membri della sua compagnia su qualsiasi problema le pongano e predice le cose future e quelle nascoste; insegna a voi della compagnia i poteri delle erbe e, dai segni che le presentate, vi fa vedere tutte le cose che chiedete riguardo malattie, furti o malefizi. E così vi insegna a fare e trovate che ogni cosa da lei mostrata è verità”. Elemento centrale di quel culto atavico è il banchetto: prima dell’ideologia del sacrificio ad ogni costo, religione e divertimento dovevano mescolarsi, perché la gioia richiamava le energie positive che riuscivano ad attuare lo scambio tra le componenti umane e quelle divine.
Diana, Oriente ed Erodiade girano per le case dei ricchi, dove ricevono da mangiare e da bere, e quando trovano dimore bene spazzate, pulite e ordinate le benedicono. “In quella compagnia si uccidono animali e se ne mangiano le carni, gli ossi però vengono riposti nella pelle e la Signora con una bacchetta che tiene in mano con un pomo, percuote la pelle degli animali uccisi e questi subito risorgono. Se certo ossi mancano, al loro posto ci mettono leni di sambuco”.
Siamo di fronte ad una delle più caratteristiche forme di stregoneria: basti pensare alla conoscenza e al dominio sulle proprietà delle erbe, grave colpa che toglieva la possibilità ai medici maschi “studiati” di esercitare la professione. O alla pratica della divinazione, che veniva legalmente effettuata dagli astrologhi di corte, ma proibita alle incantatrici della bassa plebe.
Durante i conviti, o giochi, gli animali venivano uccisi e poi resuscitavano, per non turbare l’eterno equilibrio naturale. Diana era la dea protettrice della caccia e della foresta, vergine cacciatrice che provvedeva e vigilava affinché i cicli non fossero mai interrotti. La resurrezione dalle ossa è un mito ed una credenza che attraversa l’intera Eurasia, e arriva fino in Siberia, ed è stata magistralmente documentata da Carlo Ginzburg.
Sibilla e Pierina si radunavano attorno ad uno spirito femminile, buono, che gli antichi popoli veneravano sotto il nome di Ecate, come dea della magia, con riti strani e segreti, oppure di Erodiade, la figlia del re Erode, spesso confusa, nel Medioevo, con la madre. Erodiade-Salomè è colei che chiede la testa di Giovanni Battista, primo cristiano battezzato: benché ignoranti di teologia, quelle povere fattucchiere avevano individuato bene da che parte stava il nemico.
Malgrado questo rudimentale principio di autocoscienza, che si esprime più che altro in maniera velata e simbolica, non si fa nessuna esplicita rinuncia a Dio, né si reca offesa alle credenze cristiane. La religiosità di cui abbiamo perso la memoria era tollerante. Anzi, sincretica: in presenza di nuovi dei, questi venivano inglobati all’interno della cosmogonia esistente, ed entravano a far parte della vecchia aristocrazia divina, a cui bisognava rendere il dovuto onore. Tanto, Dio, che poi era composto dagli spiriti della natura, era lo stesso dappertutto; anche se gli ignoranti lo chiamavano con nomi diversi.
Il diavolo non fa che una timida comparsa, limitata ad una relazione privata di Pierina, non accettata solennemente dalla setta, la quale, anzi, è completamente indipendente dal demonio. “Ogni volta che aveva intenzione di andare al gioco, chiamava lo spirito Lucifello il quale veniva sempre da lei in forma d’uomo e parlava con lei e l’istruiva su qualsiasi cosa l’interrogasse”. Pierina frequenta la compagnia di Diana, Oriente ed Erodiade da quando aveva sedici anni; ma decide di diventare l’amica di Belzebù soltanto a trent’anni. Quando si trovano in presenza della Signora, però, per rispetto, non pronunciano il nome di Dio. Meglio evitare interferenze che potrebbero trasformarsi in conflitti di competenze: è Beltrame di Cernuscullo, il frate inquisitore, che parla (o meglio che scrive):
“Dicesti poi che voi di questa compagnia non nominate Dio quando vi trovate insieme né quando decidete di recarvi alle riunioni. Dicesto poi che la Signora non vuole che facciate sapere in giro niente di queste cose… Interrogata se lei Pierina si fosse data al demonio risponde affermativamente e che in premio o segno di sé gli diede un po’ di sangue della propria mano destra, un cucchiaio circa e con questo sangue il demonio scrisse che Pierina si dava interamente a lui. Interrogata sull’epoca in cui ciò avvenne risponde che fu quando aveva trent’anni, ma al gioco lei aveva cominciato ad andare che aveva sedici anni circa, quando sua zia Anexina ce la mandò al suo posto, non potendo altrimenti morire”.
Questa è una certificazione chiara di come avveniva il passaggio di potere da strega a strega: se non aveva un’erede degna, la vecchia sacerdotessa non poteva morire: doveva cercarla fino a quando l’avrebbe trovata. Solo in quel momento avrebbe potuto lasciarsi andare, e terminare la sua vita con un ben meritato riposo.
Purtroppo, le due poverette non riuscirono a “passare” le proprie preziose conoscenze a nessuno: come tante, furono bruciate alla Vetra.

Ed eccoci arrivati nel buco più “nero” della città. Luogo che ha visto, nel corso dei secoli, scorrere il sangue dei condannati, gemere i lamenti di ogni forma di supplizio, morire la povera gente soffrendo, vecchi e bambini, uomini e donne, colpevoli della loro miseria. Posto che ha guardato accorrere maghi, negromanti e satanisti per evocare gli spiriti dell’inferno, disputandosi a suon di zecchini i pezzi dei cadaveri straziati dal boia. Prati che hanno posseduto l’ago di catalizzazione delle forze del male. Piazza in cui sono bruciate le immagini dei rei assenti. Piazza Vetra, piena di fantasmi, l’ultimo è quello della vecchia mala, ammazzata dalla mafia al servizio dei poteri dello Stato. Si chiamava Rosetta, e la sua canzone si canta ancora oggi nelle osterie milanesi.
Sicuramente Piazza Vetra era un territorio abitato dagli spiriti maligni fin dall’antichità. Se le forze del male non l’avessero eletta a propria dimora, comunque vi sarebbero state chiamate da orde di anime morte senza pace nelle sofferenze più atroci, senza mai aver conosciuto amore in vita.
Tanto tempo fa il piazzale era una specie di grande prato, attraversato da un canale che si chiamava Vetra, o Vepra. In realtà, quel fiumiciattolo era peggio di una fogna a cielo aperto: sulle sue rive i vetraschi (conciatori di pelli) risciacquavano con l’acqua e aggressive sostanze chimiche i cadaveri semiputrefatti degli animali, che dovevano trasformarsi in pellicce, borse e scarpe.
Era un lavoro rischiosissimo: le esalazioni, la sporcizia e la materia in via di decomposizione provocavano infezioni mortali. Dopo qualche mese, anche l’organismo più resistente esalava l’ultimo respiro, tra i miasmi asfissianti che impestavano l’intera zona. Nessuno che avesse potuto scegliere si sarebbe sobbarcato una simile professione.
Allora i conciatori si rivolgevano agli orfanotrofi: quando i trovatelli diventavano capaci di lavorare, pagavano qualcosa alla pia istituzione e li mettevano a raschiar pelli. Li facevano dormire nelle baracche tirate su sul greto di quel canale di scolo che era la Vetra. Li davano qualcosa da mangiare, e li facevano lavorare come schiavi fino a quando duravano. Quando si ammalavano, li lasciavano crepare senza ombra di medico: tanto quelle infezioni non erano curabili. Poi li sostituivano con arrivi freschi: il problema dell’infanzia abbandonata non è una prerogativa del XX secolo.
A centinaia e migliaia morivano nell’assoluta disperazione. Nessuno si fidava a scendere tra tanta morte: era come un lebbrosario, in cui la carne viva si disfaceva ancora attaccata alle ossa. Attorno alla Vetra abitavano soltanto i miserabili: le maledizioni a Dio e agli uomini e le invocazioni alle forze del male erano le uniche in grado di dare l’illusione di cambiare il corso di una vita senza fede né speranza, sprofondata in quanto di più malvagio l’uomo abbia potuto creare per sete di ricchezza e di potere.
Se i demoni prima non c’erano, gli esseri umani li hanno portati alla Vetra a forza.
Il palco era fatto di legno. Alto circa un metro. Enorme, copriva decine di metri quadrati. Sopra, l’intero armamentario che l’intelletto umano inventò nel corso di parecchi secoli di storia per arrecare morte e causare dolore e sofferenza. Tutt’intorno, un’inferriata per evitare che la gente si avvicinasse troppo.
Un’altra sezione della piazza era dedicata ai roghi. Vi si bruciavano persone vere ed immagini. Con una particolarità: la gente ammazzata in Piazza Vetra apparteneva alla bassa plebaglia. I signori venivano eliminati in Piazza Mercanti o al Verziere, con il privilegio di non dover subire la pubblica tortura: a meno che non fossero eretici confessi, come Maifreda, cugina di Matteo Visconti.
Sotto il patibolo satanisti, maghi, negromanti attendevano la fine del supplizio, per comprare qualche pezzo di carne morta. In certi casi, si disputavano i brandelli di un cadavere a suon di zecchini. Venivano mascherati, perché appartenevano alla Milano bene e non amavano farsi riconoscere; oppure, mandavano qualche servo a svolgere la commissione per loro. Ma era sempre meglio accertarsi della qualità della merce prima di farsela portare a casa.
Come finivano quei poveri resti? Polvere di ossa umane triturate, corde utilizzate come cappi per impiccare qualche povero diavolo, grasso di condannato (elemento estremamente difficile da reperire, vista la classe sociale a cui appartenevano i rei, che soffrivano di una grave forma di fame cronica), e amenità del genere erano richiestissime per preparare filtri, pomate, unguenti, bevande che servivano nelle evocazioni del Maligno.
Fra i bocconi più richiesti, le braccia. Possibilmente non rovinate, muscolose e maschili, giovani e fresche. Gli avambracci servivano a fabbricare le mani di gloria. Ovvero, imbalsamate, con procedimenti magici (naturalmente), dal gomito in su venivano messe in posizione eretta; il pugno chiuso serviva a reggere una candela nera. Quello che restava dell’arto si perdeva, imputredendo; o veniva utilizzato per altri composti di minor valore.
Questo era un arnese di grande valore nell’invocazione satanica: la candela accesa è il simbolo dell’individuazione, della fine della vita che si concentra in fuoco. La cera, lo stoppino, il fuoco e l’aria che si uniscono nella fiamma ardente, mobile e colorata sono una sintesi di ogni elemento del creato: nella luce e nel calore di una candela sono attive tutte le forze della natura.
Attraverso la mano di gloria, conoscendo le regole del corretto cerimoniale, che comunque stanno scritte in molti testi, reperibili in biblioteca ma anche sulle bancarelle, e, sopra ogni cosa, volendolo fermamente e desiderandolo di cuore, si può avere, secondo la tradizione, la possibilità di un approccio diretto con le entità infernali. In questo modo si può stringere un patto di vario grado, anche revocabile, con il demonio: come insegna il dottor Faust, buon’anima.
Dato che la Vetra fu sede di esecuzioni dal 1000 al 1814, singole e di massa, i commercianti di cadaveri fecero sempre buoni affari.

Altro posto da streghe, a Milano, era il Verziere, la parte posteriore del Rebecchino rispetto al Duomo, costruito dal Medioevo in poi dalla povera gente: architettura spontanea, si direbbe oggi; rifugio di miserabili che non fanno onore ad una capitale europea.
Non c’è niente di più affascinante dei vicoli, calli, passaggi, ponti, porticati, sbalzi, slarghi di certi quartieri medioevali, che ancora si conservano in molte città europee. Quelle ombre riflesso di costruzioni irregolari, in cui manca completamente (per fortuna!) il senso della simmetria, sono state messe insieme dall’uomo poco a poco, un pezzo qui e un pezzo là, quando c’era bisogno di un locale in più, di una finestra, di un cesso che scaricasse dritto nel canale… Le esigenze della moda, dello stile, il concetto di rappresentazione sarebbero venute soltanto molto più tardi. Il risultato complessivo è qualcosa che caratterizza la vecchia Europa dal profondo della sua storia, che tramanda personaggi leggendari come Giulietta e Romeo, Lady Macbeth, Chichibio ed il pittoresco, vivacissimo popolo del Decameron.
E la Milano medioevale, con le sue stradine buie piene di fantasmi e di amori contrastati, dov’è andata a finire? Inghiottita dalle manie di rinnovamento, di igiene e pulizia, e dalla fretta di fare del capoluogo lombardo una capitale europea. Anche se la nostra città non fu mai tanto al centro dell’antico continente quanto in quel vituperato periodo, di cui non è stato lasciato se non qualche frammento.
Il primo colpo a quella che, se si fosse conservata, sarebbe probabilmente stata una delle zone più suggestive della città, la dà il conte Carlo di Firmian, ministro plenipotenziario di Maria Teresa d’Austria, che decide di trasferire il mercato ortofrutticolo dal Verziere alla piazza di Santo Stefano.
L’antichissimo quartiere medioevale comincia ad essere sventrato per farci una fontana: la prima, e l’unica per almeno un secolo e mezzo. L’incarico viene assegnato all’architetto più prestigioso della nostra città: quel Piermarini che disegna anche la Scala. Nel 1783 viene inaugurata, e la piazza cambia nome: da Verzario in Fontana.
Poco per volta, i vecchi tuguri vengono abbattuti, uno per uno; cominciano a sorgere palazzi signorili, come quello di Gian Giacomo Trivulzio, in via della Signora. Ma il carattere popolare del quartiere resiste, tanto che Carlo Porta, appassionato cantore delle genti di Meneghino, incontra qui la sua Ninetta, pescivendola “fresca, giovane e grassa” che l’amore di uno sfruttatore ha portato alla prostituzione e poi al degrado fisico e morale.
Gli ultimi proiettili sono venuti dall’alto: quelli dei bombardamenti alleati. Dell’antico quartiere non è rimasto più niente. Si racconta che, dopo lo sfratto (forzato) degli ultimi vecchi, che non se ne volevano andare, quelle case, ormai pericolanti, fossero state fatte saltare con la dinamite. Erano ancora popolate da branchi di gatti randagi, che non se la sentirono di abbandonarle…
Al vicino Laghetto arrivavano i sassoni ad usum fabricæ, che sarebbero stati incisi e scolpiti fino a farli diventare trini di pietra, ma non solo: oltre ai 550mila blocchi di marmo, arrivò a Milano, fino alla metà del secolo scorso, una massa di merci che ne fece il porto interno più importante d’Europa.
Poi, anche il Laghetto iniziò a puzzare: da vicino al Duomo dovevano sparire i pezzenti, non era più tollerabile mantenere una fogna a cielo aperto a due passi dalla cattedrale. E così, nel 1857 ci misero una pietra sopra, ovvero lo coprirono.
Dopo due millenni di trasporti acquatici comincia l’inversione di tendenza. Fino al dopoguerra, in ogni modo, le chiatte continuano a circolare sui canali. Ma dopo il Laghetto, uno per uno anche tutti i Navigli dovettero, loro malgrado, subire la stessa fine. Ed essere interrati, coperti di asfalto, soffocati in budelli da cui riescono ad uscire, qualche volta, i loro fantasmi. Trasformati in nebbia, fumi ed umidità.
Il ricordo, però, è rimasto; e con lui, gli spettri di un passato che sembra cancellato per sempre ma che comunque sopravvive finché c’è qualcuno a raccontarlo.
Dai tempi dei tempi dei tempi, tutto attorno al duomo, e prima ancora tutto attorno alle due chiese che lo generarono, si stendeva un rione fatto di catapecchie di legno, di malta e paglia, di sassi e mattoni, quasi senza finestre: rifugio notturno della plebe meneghina che, durante il giorno, preferiva di gran lunga vivere in strada che nelle sporche stanze maleodoranti di quelle che solo con molto coraggio si sarebbero potute definire case.
Dietro alla cattedrale, o meglio dietro al suo cantiere, si vendeva la frutta e la verdura: i cibi più economici, che mangiavano i più poveri. Un mercato da miserabili, ma coloratissimo ed animato, pieno di voci e di odori, di donne in abiti men che succinti che adescavano clienti di basso rango con frasi ed occhiate non proprio raffinate. Un ambiente in cui si cresceva in fretta, sopravvivevano i più forti ed i più furbi, e si moriva presto. Il verziere era un posto infrequentabile per le signorine di buona famiglia, che si sarebbero sporcate le scarpette nel fango. Ma anche i signori preferivano non attraversarlo, o, se propria dovevano passarci, farsi seguire dai guardiaspalle.
Chiaramente, in quegli anfratti ci abitavano le streghe. E dove mai avrebbero potuto stare? Erano le donne più povere della comunità, quelle che non avevano un uomo che le proteggesse, quelle che avevano dovuto imparare, per amore o per forza, a cavarsela da sole.
Erano anche quelle che, sfruttando una propria vocazione di fondo, riuscivano ad interpretare i magici segni che la natura ci manda, e cioè a leggere il futuro, guarire gli ammalati, far nascere i bambini, evitare nascite poco desiderate, preparare l’ingresso degli agonizzanti nel regno dei morti, cacciare gli spiriti malvagi, far tornare l’amante, preparare il veleno per il marito che ormai ne ha fatte troppe e non se ne può più…
Erano quelle che iniziavano le rivolte: ancora oggi, nei paesi del Terzo Mondo, le ribellioni iniziano al mercato, punto di riunione e di aggregazione, in cui si toccano con mano i prezzi che aumentano. In epoca pre-industriale, i tumulti cominciavano con l’assalto ai forni, o l’attacco agli esattori e ai gabellieri, che si aggiravano tra le bancarelle per riscuotere le tasse. Individui odiati in modo particolare dai poveracci, che venivano linciati e, letteralmente, fatti a pezzi. Spesso, chi lanciava il primo sasso era proprio una strega.
Di notte, le fattucchiere si mettevano a cavalcioni di una scopa e andavano al sabba, per incontrare Satana, ballare, cantare e far baldoria. Quella che guidava la congrega saliva sui tetti e si metteva ad urlare, per chiamare le altre alla riunione. Quando erano tutte appollaiate tra le tegole, dava il segnale di partenza: e via, alla festa!, fino all’alba in compagnia dell’inferno. Nella nostra città quelle antiche maliarde si trovavano in Ca’ di Tencitt: che esiste ancora, e sta in via Laghetto. Tenc, in milanese, significa sporco, lercio: Ca’ di Tencitt cioè casa degli sporchi. Ma chi erano questi luridoni?
Nel 1438 la fabbrica del Duomo procedeva a passo di lumaca. Per accelerare l’edificazione della cattedrale l’amministrazione pubblica decise di aprire un piccolo lago alimentato dalle acque della fossa interna dei Navigli. In questo modo gli enormi massi di marmo sarebbero stati scaricati più vicino alle impalcature.
Il luogo era famoso perché puzzolente, oltre che sporco: “lago” era un eufemismo per indicare uno stagno praticamente senza sbocchi, una pozza in cui finivano tutti gli scarichi delle case dei dintorni, dove venivano lavati carbone e marmo, e gettata ogni tipo di immondizia.
In via Laghetto abitavano i facchini addetti al carico e scarico delle merci, tra cui anche il carbone, che li tingeva di nero. La gente li chiamava i tencitt del Laghett. Non è un caso che la maga in capo vivesse in casa loro: fra gli operai, erano i più disgraziati, quelli che venivano da fuori, con il viso e le mani che, ormai, conservavano ben poco di umano: assomigliavano molto alle anime dannate dell’inferno, la pelle abbrustolita e cotta dalle fiamme dell’altro mondo, semper affamati, parlavano una specie di gergo comprensibile quasi soltanto da gente della stessa razza.
Le loro donne non potevano che svolgere una professione: quella della strega. E chi chiamavano a convegno? Le “cattive femine” del vicino Verziere, accomunate da un identico destino di oppressione e di fame, e dalla volontà di sfuggire ad una vita poco allegra con le feste, i “viaggi” provocati dagli allucinogeni, le evocazioni del demonio intentate più per farsi beffa di una Chiesa che quando parlava bene di loro li dava delle puttane che per reale convinzione e fede satanica.
Per secoli sono state accettate e benvolute all’interno del gruppo sociale a cui appartenevano. Svolgevano una funzione precisa, quella di tramite tra gli spiriti invisibili e la gente comune. Avevano la capacità di captare e di interpretare ritmi e linguaggi delle forze sottili. Spesso e volentieri dame e donzelle di sangue blu si facevano accompagnare da loro, mascherate, quando le tenebre avvolgevano quelle laide casupole, per rivolgerli domande e richieste che mai avrebbero avuto il coraggio di fare al padre confessore o alla propria guida spirituale.
In cambio, quando non servivano più o quando le richieste non potevano essere soddisfatte e le previsioni risultavano infauste, o più semplicemente quando le maghe si rifiutavano di obbedire a “certi” ordini, venivano denunciate come fattucchiere ed adoratrici di Belzebù, dedite alle orge notturne e al sacrificio degli infanti, alle messe nere e allo spargimento di pestilenze di vario genere.
E bruciate vive sulla pubblica piazza.
Forse, è proprio per scongiurare quegli assembramenti (sediziosi) notturni che, nel 1580, in piena Controriforma bigotta e beghina, con l’Inquisizione che infura e miete vittime anche fra le classi più alte, la confraternita della Santa Croce progetta una colonna in pietra di Baveno, con tanto di Cristo Redentore in cima.
Tali cippi sono esattamente il contrario dei dolmen e dei menhir di celtica memoria, all’ombra dei quali per millenni si sono consumati i sabba. Servivano per scacciare le antiche entità, quei maledetti spiriti degli dei pagani che non ne volevano sapere di abbandonare questo mondo, e ritornavano a tormentare gli uomini, e a sedurre le donne, sotto forma di diavoli di specie differenziate. Venivano piazzati di preferenza negli incroci, perché considerati luoghi a rischio, ultra malefici: le persone ci si incontravano, parlavano e poi, chissà mai, potevano decidere qualcosa di contrario ai santi precetti che la dottrina cristiana insegna.
Come farsi un giro al sabba, per esempio.
Comunque, il sacro pilastro, al Verziere, ci mette quasi un secolo ad essere eretto: simbolo fallico contro cui si scagliano le maledizioni e gli influssi nefasti scatenati dalle streghe del posto, che cercavano di cacciare chi tentava di redimerle a forza (di roghi). Le autorità civili litigano con quelle religiose; si demolisce la prima metà della colonna, e si sbattono in galera i muratori innocenti ed inconsapevoli. Rimessa in piedi nel 1611, precipita un paio di volte durante i lavori. Fu inaugurata nel 1673: i maghi cristiani hanno sconfitto i poveri diavoli e le fattucchiere.

Racconta il Registro dei nobili scolari di San Giovanni Decollato:
“1617. Addì 4 marzo.
Giustizia fatta alla Vetra: fu abbrugiata una Cattarina de Medici, presunta strega, la quale aveva malefiziato il Senatore Melzi et fu fatta una Baltresca sopra la casotta: fu strangolata su la detta Baltresca all’atto che ogn’uno poteva vedere et prima fu menata sopra un carro et tenagliata… questa fu la prima volta che si facesse Baltresca…”
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Proprio vicino la chiesa dell’angioletto della pioggia abitavano i Melzi. I quali, tra i tanti componenti illustri della famiglia, annoverano anche una pecora nera: Alvisio. Senatore, conte palatino, vicario di provvisione, luogotenente regio e (c’era bisogno di dubitarlo?) consulente dell’Inquisizione, passò alla storia per aver fatto “abbruciare una strega”. Che era poi la sua donna di servizio, colpevole di essersi sottratta alle proposte indecenti di un suo carissimo amico.
La fosca vicenda inizia con la malattia dell’Alvisio. Il quale proprio non riesce a capire l’origine di quei suoi malesseri; e i medici chiamati a consulta si mostrano ancora più ignoranti del paziente. A quei tempi, in certi casi, la diagnosi poteva essere una sola: colpito da stregoneria.
Il sospetto di essere stato maleficato viene insinuato nel suo cervello sconvolto da un tal capitano Vaccallo. Il quale gli fa capire che, ad averlo stregato, poteva essere stata la sua donna di servizio, Caterina Medici, di Broni. La poveretta, che aveva quarantaquattro anni e quindi, per l’epoca, era sicuramente una vecchia zitella, aveva offeso il vendicativo capitano in maniera inqualificabile. Prima di stare dai Melzi, infatti, aveva servito a casa sua e lui aveva provato a farle la corte, ma lei non ne aveva mai voluto sapere. Poi, addirittura, si era trasferita a lavorare da altri; oppure, era stata cacciata per mancanza di educazione. Questo le cronache non ce l’hanno tramandato. Sotto le abili mani del boia la poveraccia in un primo momento nega ogni addebito; poi, come al solito, confessa il confessabile e l’inconfessabile: certo che aveva firmato un patto con Lucifero; certo che era andata al sabba, volando su una scopa, e anzi ci si era divertita un mondo, e ci aveva conosciuto un sacco di bella gente; aveva frequentato diavoli e demoni d’ogni tipo, razza, colore e umore; aveva assassinato; aveva sparso malefici e lanciato il malocchio; rovinato famiglie, succhiato il sangue di infanti, e chi più ne ha più ne metta. Era, insomma, una fattucchiera esperta. L’ultima prodezza era stata la malattia del padrone.
Data l’alta posizione sociale della supposta vittima, fu rosolata con speciale solennità: per la prima volta nella storia dell’Inquisizione ambrosiana fu innalzato un palco (baltresca) in modo che il popolo potesse ammirarne le contorsioni tra le fiamme; ma, dato che si trattava di strega pentita, fu strangolata prima di essere bruciata. Non riuscì a risparmiarsi, però, la tortura in pubblico: su un carro, le sue carni furono straziate dalle tenaglie.
Teatro del supplizio, quella piazza Vetra tristemente nota per i morti ammazzati.

Carrobbio, cioè crocicchio: incrocio dei cammini e centro del mondo; luogo di sosta per prendere una decisione, da cui non si può più tornare indietro; punto d’incontro di spiriti buoni e cattivi, di streghe e di maghi che vi si abbandonano a danze sfrenate e ad invocazioni di esseri che vengono dall’aldilà: l’importanza magica e simbolica dei crocevia è attestata dalla notte dei tempi, e tutte le civiltà la riconoscono. Tanto è vero che anche nel più famoso incrocio della città si sono potute trovare testimonianze antichissime di rituali misteriosi, della presenza di streghe e di maghi, incantati ed incantatori.
“…una delle parti più squallide e desolate…” di Milano: così Manzoni ricorda il Carrobbio, ancora nel 1630. Zona popolare lo era stata da sempre: attorno alle mura abitavano i più poveri, gli “irregolari”, quelli senza fissa dimora; ci bivaccavano i soldati; ci si aggiravano le prostitute. I muraglioni erano perforati e scavati dalle mani dei poveri diavoli che cercavano un riparo, e che se lo costruivano come potevano, in quella terra di nessuno, nello spessore delle pareti di mattoni, sperando che nessuno li cacciasse via, almeno da quei buchi.
Di notte, si accendevano fuochi ambigui ai bordi di strade lastricate ma comunque fangose, sporche, puzzolenti. Ladri, malfattori, truffatori cercavano polli da spennare e borse da tagliare. Sicuramente c’era chi leggeva la mano, quello che giocava ai dadi ed accettava puntate con il compare di dietro che lo aiutava a barare, quell’altro che si offriva di fare da guida in una città tanto pericolosa e difficile… e via dicendo.
Al tempo dei Romani, Milano era circondata da due giri di mura, con almeno sette porte. Una era Porta Ticinensis, da cui usciva la strada che portava a Pavia (Ticinum). C’erano due torri di guardia, ottagonali all’esterno, rotonde all’interno, costruite in maniera talmente solida che una è arrivata fino a noi. Faceva parte di un complesso sistema difensivo di cui è rimasta solo qualche traccia.
Già nel Medioevo perse la sua funzione protettiva, e l’antica fortezza si trasformò in lazzaretto per le malattie infettive. La torre in lebbrosario. La domenica delle Palme il vescovo compiva un solenne rito di purificazione: lavava, o meglio, fingeva di lavare, la porta della Malsana prima di celebrare la messa alta in San Lorenzo.
Nella piazza si trovava anche una famosissima osteria, soprannominata dei Tre Scanni. I sedili erano riservati ai tre prelati d’alto bordo che, il giorno della Befana, dovevano portare la pesantissima urna che conteneva le reliquie dei Re Magi, prima ancora che il Barbarossa se la portasse a Colonia. Così, arrivati stanchi sfiniti dal Duomo, i tre monsignori si fermavano nella celebre bettola con tutto il seguito per riprendere fiato, bagnarsi la gola con qualche bicchiere di buon vino, scambiare quattro chiacchiere e proseguire il cammino.
La trattoria esisteva ancora nel secolo scorso. Nell’agosto del 1943 il Carrobbio fu sconvolto dai bombardamenti. Di medioevale, rimane sempre la Malsana.
Al Carrobbio è legata un’intricatissima leggenda, in cui si mescolano le vicende di un negromante lascivo, dei dogi di Venezia e di una giovane coppia di sposi, che abitavano al Carrobbio: lui faceva il pollaiolo, lei la fruttivendola.
La storia inizia a Venezia: due nobili, Giacomo Foscari, figlio nientepopodimeno che del doge, e Giulia Zeno, si amano, e sono fidanzati, con il consenso dei genitori. Ma le lotte di potere non lasciano tregua: così i nemici del doge accusano Giacomo di peculato (che novità!) davanti al Consiglio dei Dieci. Il povero padre, pur sapendolo innocente, spinge il ragazzo a fuggire, per evitargli la tortura. Giacomo viene condannato, il futuro suocero non lo reputa più un buon partito e promette la figlia al nobile Almor Donati.
Ma un altro ha messo gli occhi sulla bella Giulia: una notte uccide Almor a pugnalate. Sul luogo del delitto viene sorpreso un servo di Giacomo Foscari, e tutta Venezia si convince che il figlio del doge abbia eliminato il rivale per gelosia.
In realtà, l’assassinio si chiama Sabino, ed è un mago “nero”, un negromante, tristemente famoso per le sue orge, le sue rapine, le sue truffe, le atrocità e gli atti vergognosi che compie, utilizzando le arti magiche, a danno delle popolazioni della Romagna. Quando giudica di averne fatte troppe, pensa bene di cambiar aria, e di trasferirsi a Milano. Qui, durante una passeggiata, vede la Ghita che vende le sue verdure, e che ha la sfortuna di assomigliare a Giulia Zeno come una goccia d’acqua. In un momento, il mago decide di portarsela via: e, senza aspettare neanche un minuto, comincia ad evocare gli spiriti più strani, facendole apparire davanti angeli meravigliosi e demoni orripilanti, fino a quando la Ghita, terrorizzata, stringendosi al petto il figlioletto, cade svenuta. Mentre la rapisce, gli emissari dello stregone cercano di offrire da bere a Battista, il marito di Ghita; ma lui non si lascia ingannare, corre a casa e si accorge che la moglie ed il figlio sono spariti.
Al suo risveglio, la giovane si trova in un palazzo stupendo, pieno di mobili, oggetti e tendaggi lussuosi, attorniata da splendide ragazze semisvestite che corrono ad ogni suo minimo desiderio: ogni giorno, poi, deve difendersi dalle avances del mago, che tenta di sedurla un po’ con le buone un po’ con le cattive, promettendole i più orribili tormenti se gli si nega, e tuttavia mantenendola tra vesti di seta e cibi sopraffini, che una popolana come lei non aveva mai neanche immaginato che esistessero…
Nel frattempo, uno sgherro del potente Sabino convince Battista che a rapire sua moglie è stato Pier Donati (fratello dell’ucciso Almor), che se la starebbe portando a Corfù assieme ad altre ragazze, per inserirla nell’harem e darsi alla pazza gioia.
Così Battista riesce a farsi assumere a bordo della nave dei Donati. Ma una volta arrivati a Corfù, il servo del negromante viene ferito a morte in una rissa, e gli rivela la verità. Allora Battista va da Pier Donati, e gli racconta la sua storia: il nobiluomo ci mette poco ad accorgersi che l’assassinio del fratello ed il rapitore della Ghita sono la stessa persona, e, veloce come il vento, fa vela verso Venezia, denuncia il mago e mette le cose a posto.
Intanto Ghita, con la sua virtù, è riuscita ad intenerire il mago, che chiede l’assoluzione alla Chiesa, consegna la donna ai frati del convento più vicino e regala ogni sua ricchezza ai servi. I quali, per vendicarsi di quanto avevano subito, entrano una bella notte nel favoloso palazzo, e lo pugnalano a morte.
Quando Pier Donati e Battista riescono a rivedere Milano, la tragedia ormai si è compiuta e risolta: Almor vendicato, lo stregone e le sue forze del male e dell’inferno eliminato, lo sventurato marito riceve dall’aristocratico una bella somma di denaro, in modo da poter ricominciare una nuova vita, e dimenticare la brutta avventura, insieme alla moglie ed al legittimo erede.

“Quale che sia il motivo per cui le streghe temono il canto del gallo, non so. So soltanto questo, da Plinio ad Eliano: che il canto del gallo incute timore al leone e alla scolopendra. Sul fatto che i galli non sono avvezzati alla notte si ricordano molte cose straordinarie: Volterrano ad esempio ricorda che quando nacque il figlio di Matteo grande visconte di Milano, i galli cantarono tutta la notte, e per questo gli fu dato il nome di Galeazzo, e fu pieno di eloquenza e di virtù militari, come dice Giovio”: questo uno stralcio di best-seller seicentesco, tolto dal capitolo XII, intitolato ““Se le streghe si trasferiscono veramente da un luogo all’altro, durante le riunioni notturne”.
Si tratta del Compendio Maleficarum, stampato a Milano nel 1608, scritto da Francesco Maria Guaccio, frate dell’ordine di Sant’Ambrogio ad Nemus e famosissimo cacciatore di streghe, giudice del tribunale dell’Inquisizione e carnefice di talmente tante donne che si è perso il conto. Milano quindi, oltre che a sacerdotesse di Diana, ad affascinanti maliarde, a maghi pentiti, diede i natali anche ad uno dei più celebri, feroci e colti guardiani della fede.
Di lui si hanno ben poche notizie, oltre alla fama (che purtroppo si è conservata) di inquisitore tremendo. Non conosciamo né la sua data di nascita né quella di morte; purtroppo è vissuto abbastanza per poter raccogliere in uno dei più celebri libri del tempo, testo base dell’Inquisizione, su precisa richiesta inoltrata dalla Curia ambrosiana.
Nato a Milano alla fine del XVI secolo, fu considerato un luminare in materia di streghe e di diavoli. Compì numerosi viaggi di formazione, aggiornamento e perfezionamento in ogni angolo d’Europa; fu convocato all’estero diverse volte, come consulente consigliere ed esperto in materia. Fu chiamato perfino nel ducato di Kleve, in Germania nord-occidentale, per il processo contro il duca Giovanni Guglielmo. Morì, forse a Milano, intorno al 1640.
Il volume maledetto è diviso in tre libri: la parte più estesa (e chi poteva dubitarne?!) riguarda le modalità dello stregonesco volo notturno e dello svolgimento del sabba. Conosce e cita tutti gli autori, italiani e stranieri, che hanno scritto sullo stesso argomento; e si distingue per il suo fanatismo. Il suo libro è un compendio nel senso moderno del termine, un manuale il cui scopo è quello di offrire un’esposizione semplice e chiara di una materia che, all’inizio del Seicento, aveva già assunto le caratteristiche di una struttura labirintica di difficile interpretazione, su cui ci si scontrava nelle università, nei conventi e nei tribunali. Semplicemente, riduce e spiega, citando qualcosa come 322 autorità in materia, con l’aiuto di esemplificazioni tratte dalle elaborazioni precedenti, in modo da offrire uno strumento di lavoro semplice da usare, chiaro, che non lascia dubbi di sorta.
Lui non si pone neppure il problema di indagare, approfondire, rielaborare questioni di natura teorica: le streghe esistono, sono il male peggiore dell’umanità e devono essere eliminate perché servono il demonio. Per far questo ogni mezzo è buono, e la tortura non è  mai sufficiente.

[Michela Zucca, sta in: Streghe, diavoli e sibilleAtti del Convegno – Como, 18-19 maggio 2001 – Comune di Como, Cultura e Musei, Biblioteca, NODOlibri].

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