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È possibile considerare il termine “toponomastica” sotto due diversi significati:
– per definire in senso stretto la scienza linguistica che studia l’origine, l’evoluzione ed il significato dei nomi di luogo;
– per indicare il complesso dei toponimi di una determinata area geografica: facendo riferimento alla denominazione di città, paesi, località, alture, corsi d’acqua e quant’altro, relativi al territorio che in questo caso definiamo “brianzolo”, territorio i cui confini sono rappresentati dalla linea Como-Lecco (a nord), dal canale Villoresi (a sud), dal fiume Adda (ad est) e dal fiume Seveso (ad ovest).

Gli studiosi non hanno mai mancato di interessarsi alla toponomastica allorché pubblicavano i loro libri di storia locale; mancavano però di specifica consapevolezza in materia e, non supportati da solide nozioni linguistiche, privilegiavano ricostruzioni forzate nelle quali potessero trovar posto vicende e personaggi da mito, che per così dire ne nobilitassero le origini, dando ampio spazio ad ogni congettura ed accogliendo nelle loro opere vere e proprie leggende di creazione fantastica.
In mancanza di meglio, finivano per accettare, come radice originaria dei termini, delle parole qualunque proposte come etimologia senza altro particolare criterio che quello della rassomiglianza di vocabolo o dell’assonanza fonetica.

Di simili etimologie “erudite”, nelle quali ci si può imbattere e che si rivelano già al primo sguardo palesemente mancanti di attendibilità scientifica, ce ne sono per tutti i gusti: alcune potrebbero essere, ad esempio, nei nomi di paesi che avrebbero preso il nome da divinità pagane, non importa quanto importanti: Arcore da Ercole, Proserpio dal culto di Proserpina, Verano e Vergo tramandano una dea gallica Vercana; Sartirana è dedicata a Saturno; Castelmarte, ovviamente, a Marte. Bellusco sarebbe stato un bosco sacro a Beleno.

Altre denominazioni sono fatte risalire ad avvenimenti improbabili, che si perdono nella notte dei tempi, e si rifanno a personaggi più o meno noti del mito e della storia antica: all’origine delle vicende della Brianza sono stati collocati un Briono, eroe troiano (?) ed un Brianteo, capo gallico; Olgina, un capo dei Goti, dovrebbe aver dato il nome ad Olginate, così come le streghe Alirune, che dei Goti accompagnavano l’esercito, trovano perpetuato il loro ricordo ad Airuno. Mariano Comense vorrebbe ricordare nel nome le gesta di Caio Mario o di un meno famoso Teodoro Manlio; Longone al Segrino si rifà ad un console Caio Maio Longone. Si dice di Annone che avrebbe ricevuto il nome da uno dei trenta duchi longobardi che regnarono dopo la morte di Clefi; Calco da un eroe greco, Chalcos, difensore della regina longobarda Gundeberga; Bernareggio si richiama a Bernardo marito di Roglinda, figlia di Ugo re d’Italia. Seregno a Serena moglie di Stilicone. Cornate, che si chiamò in passato Coronate, si attribuì l’onore dell’incoronazione di una regina.

Dove la fantasia ha avuto modo di sbizzarrirsi è nelle paraetimologie (accostamento di significato ad un vocabolo estraneo quanto all’origine sebbene simile per suono o grafia): Alserio si chiama così perché il termine alsit significa che vi fa freddo. Arosio rievoca la presenza di numerosi rosai; a Buccinigo si sarebbe dovuto trovare un “buco iniquo”, usato come mezzo di supplizio; ad Orsenigo dovrebbe essere esistito un orso feroce, ursus niger o ursus iniquus.
Quando a Cadorago, esso sarebbe stato un minuscolo paese, costituito da due case più una “locanda del drago” (ca’ do + drago) ed anche questa pseudoetimologia pare la dica lunga sull’attendibilità degli appassionati cultori del passato.

Per chiudere questa parentesi esemplificativa bisogna però anche ricordare la persistenza, a livello popolare, di appellativi tradizionali quali ravèe de Vila per gli abitanti di Villa Raverio o cavrot de Caverian per quelli di Capriano, e anche Besana besasc, paes di strasc, tutti giocati su pure e semplici assonanze: le rape e le capre, per quel che ne si sa, c’entrano poco.
Oggi, avvalendosi dell’indispensabile supporto degli studiosi linguistici e glottologici, si è affermato il principio, incontrastato, che la forma attuale di un nome debba riflettere in sé la storia delle vicende linguistiche del paese, ricostruibile dalla denominazione originaria e da quelle intermedie attestate da documenti.

All’inizio l’uomo è stato nomade e cacciatore e, finché caratterizzato dal suo vagabondare, non ha lasciato che poche tracce del suo passaggio nei nomi di luogo; solo nel tempo, quando ha iniziato a risiedere più stabilmente in una determinata area restringendo il suo spazio di movimento, allora è sorto il bisogno di dare un nome a dove viveva, a ciò che vedeva, a come lo vedeva, creando nella sua lingua i primi toponimi (che saranno successivamente tramandati dalla tradizione orale).

È evidente che la necessità di un’identificazione più precisa dei luoghi diventa importante con il diffondersi ed il progredire dell’agricoltura e della lavorazione del terreno e la parallela evoluzione sociale e civile della popolazione; non basterà più avvalersi di nomi locali già presenti, se ne devono creare di nuovi, che dapprima avranno avuto per lo più un significato che potesse mettere in evidenza le caratteristiche topografiche del territorio (monte, valle, colle), le qualità del terreno e la tipologia della vegetazione (campo, prato, pascolo) ed assumeranno solo più tardi la funzione di indicatori di proprietà, appartenenza o possesso nei toponimi di derivazione onomastica (nomi di persona) e nei termini prediali, cioè quelli relativi alla pertinenza di terreni e fondi rustici.

Quando i vari popoli nel loro percorso di emigrazione si stabilivano in una regione soggiogando gli abitanti locali, accadeva che i nuovi venuti imponessero la loro cultura e sovrapponessero la loro lingua a quella preesistente; di conseguenza si trovano poi a convivere sullo stesso territorio tanto toponimi ereditati dalla lingua anteriore, “vecchia”, “morta”, non più usata, quanto toponimi espressi in lingua moderna, attuale, tuttora parlata dagli abitanti del territorio: in Brianza, ad esempio, convivono nomi di luogo che si riferiscono a termini indoeuropei, mediterranei, celtici, quali Brianza, Barro, Brivio, Lambro, Maresso, con altri di chiaro significato “attuale” (per esempio Beldosso, Fornaci, Monticello); tra questi, ovviamente, rientrano le denominazioni ufficiali nei comuni di più recente costituzione (Villasanta, Albavilla).

Questo processo, avvenuto nell’Italia settentrionale per tutta l’età protostorica fino alla conquista romana, si invertirà in età barbarica quando saranno i popoli d’oltralpe ad assimilare la cultura latina del territorio occupato, pur lasciando anch’essi chiare testimonianze linguistiche della loro presenza.

Si ritiene che sia possibile riconoscere le influenze linguistiche delle diverse stratificazioni etniche attraverso l’esame della parte suffissale.
Si pensa che il suffisso -ago / -aga (Asnago, Binzago, Cimnago, Marconaga, Osnago, Camuzzago, Verzago, Crescenzaga) sia originariamente gallico e così -igo / -iga (Buccinigo, Lomaniga, Inverigo, Menzonigo, Rosnigo, Orsenigo); -ugo (Lambrugo) è suffisso celtico-uno (Airuno, Alduno, Calpuno) è desinenza di origine gallica.
-ate segnala tanto una tipica derivazione da nome personale o gentilizio latino (Agliate, Bernate, Garlate) quanto nomi di luogo denotati da una circostanza fisica o geologica particolare (Carate, Casate, Garbagnate, Novate, Rancate, Vignate).
-ano / -ana è considerato suffisso schiettamente romano, aggettivale da nome o gentiliziolatino (Cazzano, Galliano, Oriano, Robbiano, Cesano, Galgiana, Verano).

Origine dei toponimi

Si può cercare di stabilire una successione cronologica etno-linguistica prendendo in esame i nomi di origine prelatina, latina, germanico-longobarda, medioevale, dialettale.

Termini prelatini

Vengono definiti genericamente “prelatini” i linguaggi pertinenti alle popolazioni che in epoche successive hanno abitato la nostra zona prima della conquista romana: in particolare Liguri, Etruschi e Celti. I loro linguaggi hanno offerto ed offrono ai glottologi una materia di studio molto attraente, ma presentano tuttora non poche difficoltà di interpretazione.

I Liguri, antica popolazione mediterranea di incerta provenienza, già dal terzo millennio avanti Cristo occupavano l’area lombarda, dalla pianura padana ai laghi prealpini, nella quale verso il 500 a.C. si insediarono gli Etruschi, e a cui qualche secolo più tardi si sovrapposero gli stanziamenti di Celti e Galli.

Gli studiosi hanno considerato un suffisso originario proprio dei Liguri la terminazione in -asco (Arcellasco), che sarebbe poi stata assimilata dai Celti; e potrebbe essere ligure anche il suffisso-enna a volte attribuito agli Etruschi (Crevenna, Senna).

Appartengono all’elemento ligure i temi sarsersev che hanno il significato di “scorrere” di un corso d’acqua (ne abbiamo traccia in Alserio, Serenza, Seveso, Sirone), clav ovvero “rupe sporgente” (Civate), nava ovvero “conca prativa, radura, campo o piano tra i boschi”; la radicemediterranea lamrlam a cui è connesso il significato di “corso d’acqua profondo” che troviamo in Lambro; rava ovvero “frana, smottamento, detriti” (Ravellino, Raverio) e forse auciaaugia ovvero “terra arativa recinta da siepi e fossati” (Olgelasca, Olgiate, Olginate).

Si fanno risalire ad un antico strato prelatino, imprecisato, anche varie parole che potremmo ritrovare, adattate, nei diversi termini dialettali in cui sono passate successivamente: così crem,cram con il significato di “altura, rialzo del terreno” per Cremella, Cremnago; caracarra ovvero “pietra, sasso, roccia” ipotizzato per Carnate e Caraverio.

Si è voluta vedere una concentrazione di toponimi di origine ligure soprattutto nella valle di Rovagnate dove si è giunti a presupporre in età pre-celtica un insediamento di Vopsi, popolo di origine ligure, tra Lissolo (limes Vopsorum) ed Ossola.

Tracce del linguaggio etrusco sarebbero presenti in alcuni nomi locali corrispondenti a nomi etruschi di persona: Asnago, Bernaga, Carcano, Cermenate, Copreno, Senna.

Terminologia celtico-gallica

I Celti, popolazione indoeuropea che i Romani chiamarono Galli, occuparono la pianura padana attorno al V secolo a.C. e fondarono Milano all’inizio del IV secolo.

Si possono ritenere di origine gallica i nomi con la desinenza in -uno, come Airuno, Alduno, Calpuno, e in -ugo (Lambrugo, Carugo); sono originariamente gallici i suffissi -igo di Buccinigo, Giovenigo, Menzonigo, Rosnigo e quello assai diffuso -ago.
Quest’ultimo suffisso si presenta generalmente aggiunto, nella denominazione di un fondo, ad un nome di persona o gentilizio di colui che dovrebbe essere stato il fondatore o proprietario o possessore del luogo, dando vita ai cosiddetti toponimi prediali, quali Barzago, Birago, Bulciago, Cucciago, Mezzago.

Una tipica terminazione celtica per i nomi di luogo, peculiare in Lombardia e Piemonte, ampiamente diffusa in tutta la Brianza, dalla linea ai piedi delle Prealpi a nord a quella tra Seveso ed Adda a sud, è presentata dai toponimi in -ate; in genere, a differenza di quelli in -ago appena citati, questi toponimi (suffisso corrispondente al latino -ates, al medioevale -atum, al dialettale -aa) non hanno riferimenti onomastici, bensì tendono a riflettere una particolarità “fisica” del luogo: caratteristiche del terreno, vegetazione, colture o altre caratteristiche similari: come esempi si possono citare Arlate, Beverate, Cabiate, Casnate, Novedrate.

Tra i vocaboli di origine gallica che hanno lasciato traccia negli attuali nomi di luogo ce ne sono diversi il cui significato è da tempo dato per noto ed acquisito; tra gli altri bar, barros nel significato di “cespuglieto, sterpeto”, onde Barro, Baraggia e Bareggia, Bartesate; dunum ovvero collina, altura (Airuno, Alduno, Cavonio); rava ovvero ghiaia (Ravellino); mara, marra ovvero acquitrino (Maresso); morga ovvero corso d’acqua (Molgora); briva ovvero ponte (Briosco, Brivio); mello ovvero collina (Merate, Merone); brennos ovvero capo (Brenna, Brenno); carn ovvero rupe (Carnate) e, notissimo, brig ovvero luogo elevato (Brianza).

Bisogna accennare anche ai nomi di divinità celtiche che si vogliono rintracciare in alcuni toponimi attuali: Bubona protettrice degli armenti in Beolco; le dee Matrone in Valmadrera; Vercana (dal minaccioso significato di “collera”) per Vergo e Vergano (c’è anche un paese che si chiama Vercana in provincia di Como); Beleno, divinità gallica assimilabile ad Apollo, per Bellusco.

Termini di origine latina

Alla fase gallica si è sovrapposta la fase della romanizzazione che. come ben si può intuire, ha lasciato una grande quantità di toponimi. I Romani assoggettarono i Celti (o Galli) nel 222 a.C., completarono la conquista della regione nel 191 a.C. e, impostata su uno stabile insediamento di colonie e municipi, diedero forma a quella ben strutturata organizzazione territoriale, viaria, civile ed agraria che si manterrà sostanzialmente valida fino in epoca medioevale.

All’epoca romana spettano in massima parte gli antroponimi, cioè quelli derivanti da nomi di persona, in genere con suffissi che indicano appartenenza; una categoria antroponomastica importante è infatti quella dei toponimi prediali o fondiari, cioè dei nomi locali che designano i possessori dei terreni. Nei toponimi prediali troviamo spesso il suffisso latino -anum, divenuto poi -ano, -ana: possiamo citare Anzano (da Antius), Besana (Baesius), Cagliano (Callius), Cassano (Cassius), Cazzano (Cattius); Cesana e Cesano (Caesius), Galliano (Gallius), Giovenzana (Iuventius), Giussasno (Cluttius), Mariano (Marillus), Oriano (Aurelius).
Anche -ate segnala una tipica derivazione da un nome personale o gentilizio latino: Agrate, Albiate, Omate; ma è presente anche in diversi nomi di luogo a denotare una circostanza fisica o geologica particolare: Civate, Cornate, Lentate, Olgiate, Rancate, Renate, Vignate.

I nomi risalenti all’età romana sono numerosissimi ed in molti casi non è semplice distinguerli da quelli neolatini di epoca più tarda, essendo fin troppo facile vedere in ogni luogo la presenza di un gentilizio romano che indicherebbe, aggettivato, la proprietà del terreno.

Sono quasi sicuramente di origine latina i derivati da nomi di persona più antichi: Calvenzana da Calventius, Lesmo da Laetissimus, Cassago che è Cassiciacum, Pusiano da Pusillius, Tabiago da Octaviacus, Galbiate dal personale Galbius.

Sono romani i termini specifici di vocie come villa che in origine si riferiva ad una dimora di campagna o una fattoria con podere e che in seguito acquista il significato di “paese”; vicus (Sovico, Vimercate, Viganò) dapprima indicava un gruppo di case prossimo alla città, un villaggio o anche un quartiere cittadino; vicolo ne è il diminutivo nel senso di “via stretta” (Vighizzolo); colonia, stanziamento di coloni e complesso agricolo coltivato da coloni (Cologna, Cicognola; ma anche non in Brianza Cologno Monzese ad esempio), mercatus (Vimercate), e termini di ambito agrimensorio quali quadrata (Carate), arca (Arcore), maternus e paternus (“fondo ereditato dalla madre o dal padre”: (Cesano) Maderno, Paderno), serta ovvero confine (Sirtori).

Vi sono alcuni toponimi di matrice latina che vogliono sottolineare qualche caratteristica del luogo: Perego da pelagus (conca d’acqua), Verderio e Varedo da viridarium (orto, giardino), Bagnolo da balneum; l’utilizzo del terreno: Bestetto, da bestum ovvero pascolo; le attività estrattive o produttive: calcaria, fornace per la calce, in Calchera; Figina da fictilia, estrazione di argilla.
Altri riportano termini riferibili all’ambiente militare, come gli accampamenti: agger (Cereda, Bagaggera: pagus aggerium) e castra (Casternago); il presidio: stabulum (Prestabbio); i magazzini: horrea (Orana).

Dovrebbero risalire all’età romana i nomi che indicano distanze militari (Desio) e quelli che si richiamano alla viabilità: trivium ovvero incrocio di tre strade (Trebbia); quadrivium ovvero incrocio di quattro strade (Caribbio); traductus ovvero luogo di passaggio, traghetto (Triuggio); vadum ovvero guado, transito.
Pobiga deriverebbe da publica via, Rota da via rupta ovvero strada aperta.

A questo proposito, non si può non segnalare quanto propone Virginio Riva in Le origini della Brianza (1987), anche se nell’etimologia di qualche località introduce ipotesi senz’altro ingegnose ma non sempre adeguatamente supportate da riscontri documentali.
Dimostrando passione ed interesse va a ripercorrere il tracciato brianteo di antiche strade romane, in particolare la via Ulteria e dei Laghi, ricostruendo per ogni località passata meticolosamente in rassegna una suggestiva etimologia ad hoc.

Avremmo così Olginate = Ultia in itinere e Olgiate = Ultia ad iter (riferiti alla via Ulteria); Porchera = apud Ulterian (presso la via Ulteria); Olcellera = Ulteriae miliaria (pietre miliari sulla via Ulteria); Airuno = Ulteria in uno (confluenza tra due percorsi della via Ulteria); Alduno = ad unum (dove la strada prende un’unica direzione); Beolco = bivium Ultiae Lacuum (bivio della via Ulzia e via dei Laghi); Dolzago = ad Ultiam Lacus (antica via Ulteria e dei Laghi); Calco = Caligae vicus (villaggio sulla via Caliga); e perfino Perego = per Comum (via verso Como) e Peregallo = per Gallos (via verso il territorio dei Galli).

Termini di origine longobarda e germanica

I Longobardi, popolazione germanica di probabile provenienza scandinava, arrivarono dalla Pannonia a conquistare l’Italia verso la metà del VI secolo; la loro dominazione durerà all’incirca duecento anni, dal 568 al 775 AD, quando verranno sopraffatti dai Franchi.

La presenza longobarda ha lasciato tracce toponomastiche caratteristiche soprattutto in termini che ricordano ordinamenti militari e giuridici e pratiche di amministrazione delle terre, ed in voci di origine germanica che riguardano l’utilizzo di boschi e prati: questo è indicativo della manifesta tendenza di questi popoli all’abbandono delle coltivazioni ed alla sostituzione dell’agricoltura con l’allevamento brado di cavalli, bovini e suini.

A titolo di esempio si citano scario, voce che designa un comandante militare (Scarenna); gahagi, gaggio, termini con cui si indica il bosco riservato al signore e vietato agli altri (Gaggio); sala viene detto in origine il grande locale dove si riuniscono i dipendenti pastori e servi di un signore e dove vengono raccolte le derrate, poi passa nell’uso comune ad indicare una residenza padronale, quindi una casa di campagna, fattoria, cascinale (Sala al Barro); il toponimo Stolegarda ha il significato di “allevamento di cavalli” risultando composto da stodi = cavallo e gard = recinto; infine treuwa designa un luogo di sosta, di fermata (Tregasio).

Termini di origine medioevale

Durante il Medioevo si mantiene vivo l’uso di denominare i luoghi per mezzo del nome personale del proprietario, sia che si tratti di nomi che rimangono nella tradizione, latini in maggioranza (Cagliano da Callius, Capiate da Capius, Mozzana da Mucius, Rovagnate da Ruberius), che di nomi di origine germanica (Inverigo da Ingverich); in questo periodo si diffondono anche i soprannomi.

Molti nomi dell’età medioevale sono allusivi a condizioni speciali dei luoghi: Caraverio è un “luogo ingombro di sassi e pietre” (da caravum); Moiana e Moiachina sono “terreni paludosi o acquitrinosi” (molleus, moeuj = umidiccio); Robbiate rimanda al colore rosso (rubeus) delle rocce circostanti; Gera e Sabbioncello segnalano l’abbondante presenza di ghiaia e sabbia sul loro territorio.

Una curiosità a questo riguardo: una particolare categoria di nomi è costituita dal composto di una forma verbale e di un nome comune come, per esempio, Boffalora “località esposta ai venti”; Cantalupo “luogo infestato dai lupi”; Guzzafame “terreno scarsamente produttivo, da cui non si trae adeguato raccolto”.
Altre caratteristiche sono espresse da aggettivi quali aprico (Inverigo, ma anche Montesolaro fa riferimento ad una posizione soleggiata), orfano (Montorfano), summus (Sovico), ustus (“bruciato”: Ostizza), o da nomi quali meta (Meda), poncia, cogoro (Cogoredo, Concorezzo), corno (Corneno), clivus (Civate), corrigium (Correzzana).

Interessanti i toponimi che tramandano rapporti giuridici e magistrature medioevali: ad esempio Bestetto (bestum è il diritto di pascolo nelle selve). Perticato (diritto del salariato di coltivare un appezzamento di terreno), Concesa (concessum è un beneficio accordato); Terzuolo riguarda la quota parte spettante (un terzo) della produzione di fieno o di un fondo; Valaperta dice di campi e boschi sfruttati in comune, come Vertemate (vertema = terra comune), Vianò e Viganò (vicanalia = terre, fondi posseduti in comune da tutti gli abitanti del villaggio); Camporeso è un campo restituito ad uso pubblico dopo un periodo di privatizzazione.

Si ritiene che risalgano in gran parte all’età medioevale, con tendenza a conservare la terminologia latina, i nomi che hanno attinenza con la situazione e le condizioni della vegetazione e dei terreni: novetum (Novate, Novedrate), ronco (Ronco, Roncello), serta (Sirtori), silva (Salvadera), viridarium (Verderio), viridetum (Varedo) e nel riferimento a determinate colture arboree o erbacee: Casnate (“castagneto”), Fecchio (“felceto”), Rogoredo (“rovereto”), Cereda (“cerreto”), Imberido (iunipertum = bosco di ginepri); quelli pertinenti a costruzioni ed edifici di vario tipo: casearia = luogo dove si fa il formaggio, castello, grancia, molino, torre.

Appaiono diffusi, nel periodo, i nomi relativi ad edifici (canonica, domus = pieve; casa dei = ospizio) ed istituti religiosi (Prevostura); numerosi luoghi derivano il nome dal santo titolare della chiesa o di un oratorio.

Termini di formazione dialettale

Alle tradizioni preromane, latine, longobarde e medioevali si è sovrapposto l’uso del dialetto che ha recuperato, riutilizzato ed anche deformato antichi vocaboli, così che dei nomi tramandati da voci dialettali è spesso difficile individuare l’origine precisa.

Una porzione significativa dei termini dialettali si allaccia al lavoro nei campi, alle pratiche di allevamento e di pastorizia ed alla società contadina e rurale in generale, compresi i riferimenti ad opere di sistemazione e terrazzamento dei pendii, alla coltivazione della vite, a lavori generici di bonifica e di irrigazione. Bolch è il bifolco, il contadino cui è affidata la cura dei buoi (Beolco); vacarecia il tempo che la mandria sta al pascolo sui monti (Vaccarezza) ed anche il prezzo che si dà al guardiano (vacchée). Rancà significa estirpare, svellere, abbattere e bruciare i boschi per dissodare il terreno per coltivarlo (Rancate); brovà è potare e ripulire la vite dal seccume (Brovada); trescà è trebbiare (Trescano). Gerb, zerb si dice di terreno non dissodato, incolto (Gerno, Proserpio); runch è il colle terrazzato a vigneto, passon il palo di sostegno delle viti (Passone).

Alcuni toponimi si riferiscono all’attività estrattiva: Cerizza, Scerizza da sarizz, specie di granito, Coera dalla pietra cote; altri alludono a situazioni particolari del terreno: Chignolo, da chignoeu, è una striscia di terra a forma di cuneo; Crosaccia, da croeus, il sentiero di montagna scavato dall’acqua; gorgant, il gorgo di torrente (Valgreghentino).

Da ultimo, rimangono pochi termini derivanti da nomi di animali: Olcellera da uccello, Bagaggera dalle rane arboree, Foppaluera da lupo.

[sta in: Toponomastica brianzola, di Carlo Vergani]

http://wunderkammern.wordpress.com/2011/11/12/vercana/

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I Vopsi

Nel 1959, durante i lavori di restauro della Chiesa di Santa Croce nell’omonima valle in provincia di Lecco, furono rinvenute sugli angoli del muro di spinta che sorregge il terrapieno del piccolo sagrato antistante l’oratorio due grosse colonne in arenaria: su una di queste è incisa una breve iscrizione in alfabeto così detto nord etrusco databile al VI-V secolo a.C.

Questa iscrizione dimostrerebbe quindi la presenza di popolazioni di stirpe etrusco ligure; la stessa iscrizione confrontata con simili iscrizioni venute alla luce sul lago d’Ora ed in Val d’Ossola è interpretabile con il termine Vospi, appellativo attribuito a genti di stirpe ligure.
L’origine del nome della città di Domodossola potrebbe risalire a Domus Vopsi.

Il significato dell’iscrizione è comunque incerto e molto discusso, una interpretazione vi legge Vopsil, un’altra Mopsil da Mopso – Mopsilia – Massalia, radice etrusca del nome Missaglia, assonante con Marsiglia.

L’iscrizione fa pensare che fin da quel tempo antichissimo Missaglia doveva essere un centro di rilievo, tanto da dar luogo ad iscrizioni su pietra considerato che, a quel tempo, il privilegio della lingua scritta doveva essere cosa rara.
Nella zona vi sono altri toponimi riecheggianti gli antichi abitatori: poco a sud della Valle Santa Croce, sotto Missaglia, si trova una località chiamata Ossola (nei pressi della frazione Maresso) dove presumibilmente passavano i confini meridionali del territorio abitato dal ceppo dei Vopsi; la località Lissolo, situata sulla sommità dei rilievi che delimitano a nord la Valle Santa Croce, rappresentava probabilmente il confine settentrionale con il nome Limes Vopsorum, confine dei Vopsi.

La presenza di queste popolazioni dalla tecnologia abbastanza evoluta ci garantische che, attorno al V secolo a.C. si andava diffondendo l’uso dei metalli più duri, come per esempio il ferro. Già da allora si lavorava la pietra arenaria; nelle cave più grandi si sono trovate tracce di antiche abitazioni (al tempo si lavorava anche la lana come documenta il ritrovamento di pesi di telai nell’alveo del torrente Curone nei pressi di Busarengo in località Ronco).

Ulteriore prova della presenza etrusco ligure sul territorio è la denominazione del torrente Curone, identica a quella del corso d’acqua che dal monte Ebro confluisce nel Po, derivante dal nome del ceppo dei Curoni o Curuni della stessa stirpe dei Vopsi.

[tratto da qui]

Val Camonica

395 milioni di anni fa
Sul finire dell’era paleozoica, dal periodo Devoniano (395 milioni di anni fa) al periodo Permiano (280 milioni) un grandioso fenomeno geologico, denominato ercinico, interessa tutta l’Europa e determina la formazione di una catena montuosa precedente quella alpina attuale. In parte il fenomeno è costituito dalla formazione della crosta continentale in zolle, con frantumazioni ed attività vulcaniche, e successivi movimenti delle stesse zolle che, comprimendosi, determinano forme montuose spingendo verso l’alto sia le rocce originate dai sedimenti marini, sia rocce continentali.

Prendendo il posto della catena ercinica, le Alpi ne hanno lasciato ben poche testimonianze, chiare comunque sui monti a nord della Valsassina, in territorio lecchese (350 milioni di anni fa) e, più recenti, sul Pizzo dei Tre Signori e sul varrone (280 milioni).

200 milioni di anni fa
Circa 230 milioni di anni fa (periodo triassico) inizia la grande deriva dei continenti. Un’enorma fessura nella crosta terrestre si crea sulla linea oggi segnata dai sistemi montuosi Alpi-Himalaya. La fessura è delimitata da due insiemi di zolle, a nord la Laurasia e a sud la Gondwana. La Laurasia è composta dagli attuali Nord America, Europa ed Asia (India esclusa), la Gondwana da Sud America, Africa, Australia, Antartide ed India. La fessura è via via occupata da un mare, denominato Tetide, sul cui fondo si depositano sedimenti originati dall’erosione delle terre emerse, da banchi corallini, da microrganismi.
La Tetide raggiunge la sua massima espansione nel periodo Cretaceo, circa 140 milioni di anni fa.

100 milioni di anni fa
Le zolle continentali cominciano a muoversi, stavolta l’una verso l’altra. La sponda settentrionale si immerge sotto quella meridionale. Lungo la linea di immersione si accatastano le rocce formatesi sul fondo della Tetide. L’enorme pressione tra i lembi delle due zolle le fa in parte emergere, in parte emergere verso l’alto, spingendole sotto forma di falde sulla zona settentrionale.
Alla fine del fenomeno, chiamato orogenesi alpina e durato da 70 a 5 milioni di anni fa (periodo Terziario dell’Era Cenozoica), si è creato un fronte lungo circa 1000 chilometri e profondo 100. Sono nate le Alpi.
Alla fine di questo periodo, alcune masse si sono riavvicinate, com’è accaduto tra continente africano ed Europa meridionale, con la creazione delle Alpi, e l’India che è andata ad incastrarsi profondamente nell’Asia dando origine all’Himalaya. Altre si sono allontanate, come il Sudamerica dall’Africa (ancor oggi si può vedere come i loro profili combacino) e l’Australia dall’Antartide.

Tra 40 e 15 milioni di anni fa
Verso quello che sta sempre più assomigliando all’attuale Mediterraneo, i fiumi trascinano rocce cristalline e grossi ciottoli calcarei meridionali (originari della Tetide), insieme a marne ed arenarie. La cosiddetta Gonfolide di Como raggiunge, in questo periodo, oltre 2000 metri di spessore.

Tra 15 e 5 milioni di anni fa
Si chiudono le comunicazioni con l’oceano ed il livello del Mediterraneo si abbassa bruscamente. I fiumi alpini tendono quindi ad abbassarsi a loro volta, incidendo profondamente il loro letto ed originando dei canyon. L’Adda, per sfociare nel Mediterraneo a sud di Como, si apre la strada ai piedi dei monti tagliando i depositi della Gonfolite. I canyon del Ticino, dell’Adda e dell’Oglio, fiumi subalpini, nel tratto scavato tra le montagne hanno oggi dei fondali a livello inferiore a quello del mare, a differenza dei laghi transalpini che hanno invece dei fondali a livello superiore, in quando restano sempre in comunicazione con l’oceano.
Il fenomeno geologico è riscontrabile lungo tutte le coste del Mediterraneo, sul Nilo, nelle valli del Rodano e del Var, nei canyon sottomarini della Provenza.
In questo periodo la depressione del ramo lecchese del lago ancora non esiste. Soltanto nel corso delle successive glaciazioni dovrebbe essersi erosa la via oggi segnata dal ramo lecchese. Solo tra le due ultime glaciazioni, trovato il ramo comasco sbarrato da nuove formazioni moreniche, l’Adda avrebbe preso il suo corso attuale.

Da 600 mila a 120 mila anni fa
Siamo nell’Era Quaternaria, tuttora in corso. A segnare profondamente la configurazione del territorio del Lario sono le 4 grandi glaciazioni, l’ultima delle quali, quella denominata di Wurn (120 mila anni fa), lascia i segni oggi maggiormente riscontrabili sul territorio lariano. Durante le glaciazioni, enormi masse di ghiaccio trasportano verso sud materiali diversissimi, creando depositi morenici, argillosi, sabbiosi o a ciottoli.
Il ghiaccio dell’Adda scenderà lungo lo spacco del Lario, ricoprendo l’intera regione fino a congiungersi ai ghiacciai paralleli del Ticino. Ben visibili sono oggi, lungo le pareti dei monti, le levigature provocate dal pietrone spinto in avanti da ghiaccio. In alcune zone il deposito di materiale franoso comporterà la creazione di fasce di terrotrio particolarmente fertile, come a Dervio e, in misura minore, a Bellano e a Varenna. Tutte zone favorevoli all’insediamento umano, come pure i depositi morenici sui fianchi delle valli.
Gli anni dell’età glaciale sono definiti Pleistocene. Eccone la suddivisione (cifre in millenni):
600-540: prima era glaciale (Gunz)
540-480: prima era interglaciale (Gunz-Mindel)
480-430: seconda era glaciale (Mindel)
430-240: seconda era interglaciale (Mindel-Riss)
240-180: terza era glaciale (Riss)
180-120: terza era interglaciale (Riss-Wurm)
120-10: quarta era glaciale (Wurm)
Storicamente ed antropologicamente, lo stesso periodo viene definito Paleolitico (o “della pietra antica”) e si suddivide in tre fasi:

600-100: paleolitico inferiore
100-50: paleolitico medio
50-10: paleolitico superiore.

ritrovamenti litici, Val Cavallina (Bergamo)

Tra 120 mila e 10 mila anni fa
È il periodo dell’ultima glaciazione, e a questa epoca potrebbero riferirsi (il condizionale è però d’obbligo) le più antiche tracce di presenza umana nel territorio lariano, rinvenute nelle grotte del Buco del Piombo, sopra il comune di Albavilla, e del Tanum nell’alta valle del Cosia. Si tratta di selci lavorate, che però potrebbero anche essere state trascinate nelle grotte dall’acqua proveniente da altre cavità collegate. Siamo nella prima età della pietra, e le popolazioni che abitano il territorio del Lario sono nomadi, cacciatori e raccoglitori che si spostano da zona a zona, nei periodi caldi o tra una glaciazione e l’altra, senza creare insediamenti artificiali. Attorno a 50 mila anni fa sono datate le selci lavorate rinvenute nel sottosuolo di Bagaggiara (Val Curone, Merate).

L’evoluzione dell’uomo 4.000.000 a.C.
– primi ominidi conosciuti 1.750.000 a.C.
– utensili di pietra 600.000 a.C.
– il Pithecantropus si evolve 200.000 a.C.
– forse l’Homo Sapiens
– uso del fuoco 95.000 a.C.
– Homo Sapiens definitivamente evoluto, sepoltura dei morti 30.000 a.C.
– prime arti 9.000 a.C.
– inizia l’allevamento degli animali e forse anche l’agricoltura.

Dall’8000 al 2000 a.C.
Gli stanziamenti umani più remoti furono nei dintorni di Varese: sull’Isolino del lago e, assai più cospicui tanto da aver dato il nome ad una cultura, alla Lagozza presso Gallarate.
Le caratteristiche della Lagozza sono utensili in pietra levigata ed una ceramica primitiva a bocca quadrata. Gli oggetti denunciano la pratica dell’agricoltura e dell’allevamento. Tracce simili sono presenti nelle torbiere di Bosisio Parini.
Anche la torbiera di Albate potrebbe essere stata il centro di insediamenti simili, ma i reperti sono troppo scarsi per averne la certezza.
I resti di palafitte neolitiche sono stati individuati anche nel lago di Montorfano.
Assai più recenti (2500 a.C. circa) sono i reperti del Buco della Sabbia, una grotta del Monte Cornizzolo nei pressi di Civate, una vera e propria necropoli con frecce di selce, oggetti d’oro ed ornamenti in rame.

Intorno al 2000 a.C.
Si espande la colonizzazione dell’area del Lario. Resti di palafitte sono presenti sull’Isolino dei cipressi del lago di Pusiano, al Pescherino tra Malgrate e Lecco, al lavello di Calolzio sull’Adda, sul lago di Segrino.
Si tratta comunque di culture assai primitive, specialmente se confrontate con quelle dominanti nella stessa epoca in Egitto e Asia Minore.
Occorre attendere la seconda metà del secondo millennio a.C. e l’arrivo dei popoli appartenenti al ceppo indoeuropeo, originario della pianura del Volga (i celti) per un vero salto di qualità.

Ritrovamenti paleolitici nel comasco (Museo di Como)

Tra la fine del XIII secolo ed agli inizi del XII secolo a.C.
Fondazione di Como. L’ipotesi più verosimile è che avvenga ad opera delle popolazioni liguri che nel Neolitico abitavano nell’odierna Lombardia. Verso la fine del II millennio cercano spazio per nuovi insediamenti. Oggi ne conosciamo certamente uno, quello presso il borgo di Golasecca, lungo il Ticino a sud del lago Maggiore. Hanno subito l’influenza dei Celti. In particolare, ne hanno appreso un’usanza funebre, la cremazione. I resti dei corpi inceneriti vengono raccolti in urne di terracotta o metallo, deposte poi in tombe scavate nel terreno.
Strettamente legati alla “civiltà di Golasecca” sono i Liguri che, verso il 1000 a.C. si stabiliscono sui colli attorno a Como, dando vita ad una civiltà a sua volta originale, quella della Ca’ Morta.
Como viene fondata sulle pendici sud-occidentali del Monte Croce, tra gli attuali abitati di Breccia, Prestino, Leno e San Fermo.
Tito Livio chiamò il centro princiaple Comun Oppidum. Gli abitanti seppelliscono i defunti a valle, appunto alla Ca’ Morta.
Alcune borgate attrezzate a difesa, definite castella da Tito Livio, sorgono sulle alture vicine: Moncucco, Cardano, Vico, Vergosa, Trecallo, Civiglio, ed altre, per un totale di 28.
Necropoli vuol dire cimitero, città dei morti. E la necropoli della Ca’ Morta è appunto il cimitero degli antichissimi abitanti di Como. Con Ca’ Morta si intende una zona molto vasta, situata tra Rebbio, Breccia e Grandate, che deve il suo nome ad una costruzione rustica, ora abbattuta, che sorgeva lungo il tracciato della Statale dei Giovi. Ma non è da escludere che fosse vero il contrario, e che cioè la costruzione dovesse il suo nome alla località in cui sorgeva. Ca’ Morta significa “casa dei morti”.
I terreni della Ca’ Morta servivano un tempo per l’estrazione di ghiaia e sabbia, ed è durante i lavori di scavo che i primi reperti vennero alla luce (1842).
Gli antichi comaschi scavavano nel terreno una fossa circolare o poligonale, la rivestivano di pietre e vi collocavano l’urna cineraria, in terracotta o bronzo, con i resti del defunto e gli ornamenti che questi aveva indosso durante la deposizione sul rogo. Nella buca (o “pozzetto”) venivano collocati anche alcuni oggetti utilizzati durante il rito funebre. Quindi la tomba era chiusa con un lastrone di pietra. Pochissime le armi ritrovate, a testimonianza del carattere per lo più pacifico delle popolazioni.
I reperti risalgono ad un’epoca compresa tra l’XI ed il V secolo a.C..
La presenza dei vari oggetti di importazione, soprattutto vasellame, dimostra l’intenso rapporto commerciale con gli Etruschi e, in misura minore, con Veneti e Celti.

Dal X al VII secolo a.C.
La civiltà comacina si sviluppa sostanzialmente in pace ed indipendenza. Verso la fine del VI secolo gli Etruschi arrivano nella Valle Padana, spingendosi oltre il Po e stabilendosi a Mantova e a Melpum, forse l’odierna Melzo. Non raggiungono il territorio lariano, ma intrecciano intensi scambi commerciali con i Comacini, all’apice della loro attività.
Incomincia a diffondersi un alfabeto di chiara provenienza etrusca.

VI-V secolo a.V.
La prima calata dei Galli, popolazione celtica stabilitasi nell’attuale Francia, avviene nel 520 a.C., la seconda attorno al 400 a.C.
Lo storico Polibio la situa tra il 390 ed il 387.
Il territorio lariano rimane pressoché indenne da questa seconda difesa. I Galli vincono gli Etruschi al Ticino, occupando l’Italia del nord fino all’Adige, passano il Po stanziandosi in Emilia e nelle Marche (Senigallia).
Gallia Cisalpina viene denominato tutto il nord Italia, escluso il Veneto. Nel 390 i Galli si scontrano con i romani una prima volta a Clausium (Chiusi).
Il 18 luglio 387 li sconfiggono sul fiume Allia. Roma viene conquistata e devastata dai Galli guidati da Brenno, che cingono d’assedio il Campidoglio e si ritirano solo dopo il pagamento di un pesante riscatto.
Autorevoli studiosi si dicono convinti che molto del carattere e dell’impronta celtica possa essere rimasto negli abitanti del Lario.

Dei celti ci parlano antichi come Polibio, Posidonio, Strabone e Diodoro Siculo. Intanto il nome. Chiamati Celti dai Greci, quelli incontrati dai romani e provenienti dalla Gallia (Francia) furono appunto chiamati Galli. Pare fossero alti, di carnagione chiara, con i capelli lunghi e biondi. Di carattere estroverso, costituivano una società rigidamente maschile, in cui le classi dominanti erano due: i cavalieri ed i druidi (sacerdoti). In costante movimento, con famiglia e schiavi, erano organizzati in tribù autonome. Vivevano in modo assai primitivo, dormendo sulla nuda terra e cibandosi per lo più di latte e carne di maiale. Erano armati con lunghe lance di ferro, uno scudo e spade che agivano solo di taglio. In battaglia usavano carri montati da due guerrieri. I nemici vinti erano decapitati ed i teschi appesi sulla porta delle capanne. Qui essi conservavano pure i teschi dei parenti: un’usanza questa che, trasportata nei cimiteri, era in vita sul Lario fino al secolo scorso.

Nel XIV secolo la storia di Vimercate è legata ad una figura autorevole, influente ed affascinante, ad uno stimato esperto e facoltoso consigliere e finanziatore degli Sforza, il condottiero di ventura Gaspare da Vimercate.

Francesco Sforza affidò l’importante feudo di Vimercate a Gaspare che, ben introdotto negli ambienti imprenditoriali e mercantili non solo di Milano ma anche di Genova e di Venezia, in stretti rapporti d’affari con molti banchieri, fu tra i suoi più influenti cortigiani, suo facoltoso finanziatore e gli fece da garante e referente in materia finanziaria.

Quale fu l’origine di questi condottieri, delle compagnie di ventura che diventeranno un fenomeno di grande rilievo nella realtà europea di quei secoli, parte integrante della società?
Nate dopo il Mille dal disfacimento feudale spagnolo, fiammingo e tedesco, queste milizie mercenarie dilagano in Italia. Le prime truppe sono masnade formate da soldati di mestiere pronti ad uccidere e a farsi uccidere per denaro e per bottino. A combattere non sono più i liberi cittadini dei comuni che in armi facevano quadrato intorno al carroccio, ma non sono ancora i professionisti della guerra che troveremo in seguito, sono bande per lo più di emarginati, esclusi dalle varie attività, fuoriusciti dal proprio comune ed i loro comandanti, senza alcuna consapevolezza politica o morale, sono spinti solo dal miraggio del bottino.
Queste brigate non sono ancora vere compagnie, la disciplina è pressoché nulla, l’organizzazione militare approssimativa, la fedeltà verso i committenti un’opzione, la sete di bottino enorme…
Quando non sono al soldo di qualche nobile o re praticano il brigantaggio imponendo taglie ai villaggi prosperosi ed incendiando quelli poveri.
Il termine masnada, nato dal provenzale maisnada (famiglia, servitù), passò ad indicare un gruppo di sbandati senza disciplina, ed ancor oggi viene utilizzato in quel senso.

Nel XIV secolo, epoca in cui si rese necessaria la presenza di truppe armate per motivi economici o politici, non conveniva reclutare all’interno della comunità: nasco così una nuova era per le compagnie di ventura. Capitani di ventura italiani subentrano a quelli stranieri, è il capitano che sceglie i suoi uomini e non viceversa: inizia un reclutamento mirato.
L’addestramento alle armi dipende dal capitano che arma gli uomini e li paga trattando direttamente con i Signori che richiedono una prestazione mercenaria, stabilendo un preciso contratto, la condotta, e il capitano diventa il condottiero.
La condotta specifica la durata e le condizioni dell’ingaggio, il numero degli uomini e delle armi. Gli uomini sono divisi in squadre al comando di un caposquadra, un superiore è addetto alla designazione degli alloggi, un camerlengo amministra le sostanze, un notaio presiede alle scritture. Terminata la condotta il condottiero è libero di andare a combattere con altri, con la clausola di non far guerra per due anni al suo precedente “datore di lavoro”.

Le compagnie efficienti diventano famose e raggiungono il numero di migliaia di componenti, tutti perfettamente equipaggiati sia a cavallo che a piedi. I condottieri guadagnano cifre ragguardevoli, sono ricchi, e tra i clienti più ricercati dalle banche.
Nel XV secolo, poi, a causa delle difficoltà finanziarie in cui si trovano, i Signori provvedono al pagamento delle condotte assegnando ai condottieri una parte del loro territorio.
È in questa realtà che dobbiamo inquadrare la figura di Gaspare da Vimercate, valoroso Comandante di Venutra, ma anche abile politico e diplomatico.

Fin dall’adolescenza Gaspare milita come caposquadra nella compagnia di Francesco Sforza, ma si fa subito notare per le sue qualità ed il suo operato, tanto da diventare uno dei più autorevoli consiglieri del Duca. Gli viene conferita la contea di Valenza in Piemonte; combatte i Veneziani e tratta la pace tra Venezia e la Repubblica Ambrosiana; viene inviato a Genova per il possesso della città e ne diventa governatore; segue in Francia l’erede Galeazzo Maria per contrastare le truppe del Duca di Borgogna, un uomo veramente indispensabile per lo Sforza.
Ha a disposizione a Milano una vasta area fuori Porta Vercellina, adiacente al parco del castello ducale, dotata di armi, infermeria ed altri servizi per i quartieri invernali, in tempi in cui i soldati alloggiano nelle case e nelle stalle dei cittadini. Alla sua compagnia è riservato un trattamento di favore, in tempo di guerra lo stipendio dei suoi uomini è tra i più vantaggiosi e in tempo di pace, contrariamente agli usi, rimane pressoché invariato.

Nel 1463 dona ai Domenicani il terreno che gli era stato donato a Milano per alloggiare le truppe. Tra gli edifici che si trovavano sul terreno vi era una cappella con un affresco detto della “Madonna delle Grazie” e dopo pochi mesi iniziò in quel luogo, sponsorizzata dallo stesso Gaspare, la costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Muore nel 1467 proprio quando inizia, con le invasioni straniere, la decadenza delle compagnie di ventura.

Gli ultimi condottieri hanno sempre più un ruolo marginale, i sovrani stranieri reclutano milizie tra i propri sudditi, è il primo nucleo di un’armata nazionale.
Con l’invenzione della polvere da sparo e l’introduzione dell’artiglieria cambia poi radicalmente la tecnica del combattimento ed i condottieri italiani continueranno il loro mestiere, ma senza una loro compagnia alle spalle, diventeranno famosi come generali nei vari eserciti stranieri.

[M. L., sta su Treos, gennaio 2011]

Con la conferenza stampa con il primo ministro della Croazia, Silvio Berlusconi ha inaugurato “il Gernetto”, la villa settecentesca a Lesmo (Monza e Brianza) recentemente ristrutturata.
“Avete l’onore” – ha detto il premier rivolto ai giornalisti – “di inaugurare questo sito”.

(Emmevi)

Se si includono il giardino terrazzato ed il bosco, la residenza comprata alcuni anni fa da Silvio Berlusconi arriva a 350mila metri quadrati ed è ormai pronta ad ospitare l’Università del Pensiero Liberale. Ma, stando a quanto scrive Il Giornale, il presidente del Consiglio, che ha dedicato tempo e fatica ai lavori di ristrutturazione dell’immobile, sarebbe tentanto dal farne anche il suo principale alloggio privato.

Il primo piano della villa, un appartamento con quattro salotti, sala da pranzo, camera da letto, guardaroba, corridoio e bagno, Berlusconi lo avrebbe riservato a sé e non è da escludere che proprio quelle stanze, a metà strada tra lo storico quartier generale di Arcore e l’altra villa di Macherio, dove vive la moglie Veronica Lario con i figli di secondo letto, possano diventare nei prossimi anni l’abitazione più frequentata dal premier. Un luogo privato al quale Berlusconi vorrebbe però dare un profilo più istituzionale che politico.

(Ansa)

La proprietà, che include trentacinque ettari di bosco ed un giardino a terrazze lungo la valle del Lambro, è dominata da una torre belvedere probabilmente costruita su una preesistente fortificazione rinascimentale. Detta anche villa Mellerio o villa Somaglia, in onore dei proprietari e dell’architetto che le diedero l’aspetto attuale, la villa era appartenuta in precedenza ai conti Rozzoni ed ai marchesi Molinari. Negli ultimi anni era diventata centro di formazione di Unicredit che, nel 2004, la cedette ad una società partecipata da Pirelli Re (30%) e Morgan Stanley Real Estate Funds (70%).

(Ansa)

Poco dopo la villa è stata comprata dal Cavaliere che, tra una riunione di lavoro e l’altra ad Arcore, ha seguito di continuo i lavori anche in compagnia di capi di Stato come il presidente della repubblica del Vietnam, Nguyen Minh Triet. Nel 2006 la villa ha ospitato un seminario organizzato dal sindaco di Milano Letizia Moratti per la sua giunta. Lo scorso maggio è stata invece imbandita una cena elettorale di raccolta fondi per sostenere Guido Podestà, poi eletto presidente della Provincia di Milano.

[correzione e adattamento da qui]

Villa "Il Gernetto"

Villa Mellerio o Villa Somaglia detta “il Gernetto”, fu eretta nella seconda metà del ‘700 da Simone Cantoni, ed ampliata prima da Giambattista Mellerio, vicepresidente del Governo del Lombardo-Veneto, e, nel 1815, dall’architetto Somaglia.

Si tratta di un imponente complesso tardo neoclassico, in posizione panoramica sulla valle del Lambro; si compone di numerosi corpi di fabbrica che danno vita a ampi cortili sui quali spicca la torre belvedere, probabilmente costruita su una preesistente fortificazione rinascimentale.

La villa, oggi proprietà del gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi, conserva un importante giardino terrazzato, che costituisce uno dei migliori esempi di giardino all’italiana in Brianza  per disegno e varietà di piante: ideale prolungamento con la vicina Villa Reale.

Nel palazzo si trovano sculture del Fabris, mentre nell’annesso Oratorio di S. Carlo è possibile vedere bassorilievi funerari di Antonio Canova ed ancora del Fabris.

Villa Mellerio “Il Gernetto”
via Volta – Fraz. Gerno
20050 Lesmo

[da qui]

Lesmo

In un territorio che ormai si fa pianeggiante, a ridosso delle mura del Parco di Monza, Lesmo (240 metri s.l.m., 7209 abitanti) con le sue frazioni (Peregallo, Gerno, California) è stata per secoli una delle località preferite della nobiltà milanese, raccomandata anche dal Dozio “per mite sorriso del cielo, per amenità di sito e di allegre prospettive”).

Scendendo oltre Canonica, la prima residenza che si incontra è villa Somaglia detta “Il Gernetto”, nel nucleo di Gerno, peraltro caratterizzato da valide architetture rurali.

Con la conferenza stampa congiunta con il primo ministro della Croazia Jadranka Kosor, il premier Silvio berlusconi ha inaugurato «Il Gernetto», la residenza settecentesca di Silvio Berlusconi, recentemente ristrutturata, che ospiterà l'Università del pensiero liberale (Afp)

Villa Somaglia detta “il Gernetto”

A sud di Gerno si tocca Peregallo, con la piazza centrale su cui prospetta la chiesa di Sant’Antonio Abate (XVIII secolo), a testimonianza di un convento scomparso. Oltre la piazza, sulla destra si costeggia il parco di villa Mattioli e, svoltando a destra in via Risorgimento, si giunge alla villa Rapazzini, sorta su un casino di caccia del Seicento, circondata da un parco all’inglese caratterizzato dalla presenza di vecchie grotte con acque sorgive cristalline, restaurate nel 1992. La via porta al ponte sul Lambro, presso il quale si vedono i resti della storica filatura della fola.

Da Peregallo, risalendo per via Marconi, si raggiunge il capoluogo, incontrando sulla destra l’elegante parrocchiale di Santa Maria Assunta, di origine cinquecentesca. Di fronte alla chiesa la via Morganti porta al nucleo storico del paese, dove si vedono la villa Novecento e la villa Fenaroli, in prossimità del parco comunale.

Lesmo

Il nome della località è antico: dal latino Ledesmun, Ledeximun, in attestazione medioevale poi Ledesmun da cui, per contrazione, Lesmo.

Da esso trae il nome la famiglia Lesmi che, in epoca feudale, ebbe la residenza in loco e tutt’oggi è rappresentata da vari rami.

Peregallo: dal romanico Peregàl, “macereto, mucchio di sassi” per la consistenza del terreno di ghiaia e sassi. Nei secoli successivi si trova una cava; già “per Gallos” ove la località ricorda la presenza di una strada che arrivava al territorio gallico. Ha preso domicilio la famiglia Peregalli.

Gerno: origine dai Galli, che avrebbero denominato la località in analogia con nomi di terre francesi, come Zergno, che deriva da un nome proprio, o da Aligern.

California: di origine recente, chiamata così da emigranti tornati dall’America.

Storia
Nel I secolo a.C. i primi abitanti si installano all’imbocco della valle del Pegorino, probabilmente esuli greci arrivati in Gallia Cisalpina al seguito di Giulio Cesare.

Sul colle del Gernetto viene edificata nel V-VI secolo d.C. una rocca con una torre a difesa della Valle del Lambro dove trovano rifugio popolazioni in fuga da Milano, più volte saccheggiata dai Barbari. Nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero del 1200 è elencata una chiesa a Lesmo dedicata a Santa Maria.

Intorno a questi villaggi nel 1300 è fiorita la leggenda romantica, raccontata da Ignazio Cantù nella sua opera Vicende della Brianza: Rosa Peregalli da Peregallo è profondamente innamorata di Gianguidotto Lesmi da Lesmo; i due sono condannati ad amarsi di nascosto, ostacolati dall’odio secolare che oppone le due famiglie. Si sposano con la complicità e la benedizione di un frate che viveva eremita a Santa Maria delle Selve nel Parco di Monza. Segue una breve parentesi di felicità; non passò molto che Rosa morì, non senza gravi sospetti di veleno e Gianguidotto fu trovato nel Bosco Bello morto, con una larga ferita nel petto.

Nel XV secolo l’affermarsi di Stati a dimensione regionale scatena continue guerre che negli ultimi mesi del 1449 si spostano in Brianza. I contendenti: Milano contro Venezia. Francesco Sforza pone il campo a Calco. I capitani della Repubblica Ambrosiana ordinano al loro comandante Iacopo Piccinino di uscire da Monza e di recarsi incontro ai Veneziani con “quattromila uomini a cavallo ed altrettanti fanti, sale per la strada di Peregallo, e pone il campo a Casate”. Francesco Sforza, informato sposta le sue truppe verso Casate. È battaglia dura, alla fine lo Sforza ha la meglio. I feudatari della Brianza e quindi di Lesmo  fanno atto di sottomissione e professano fedeltà allo Sforza.

Nel 1475, Lesmo con le sue frazioni fu infeudato ai Secco Borella che tennero il feudo per lunghi secoli.

Nel 1539 fu consacrata l’attuale chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta in Lesmo, nel secolo XVII fu arricchita di preziose reliquie dal cardinale Federico Borromeo, modificata ed ingrandita nel XVIII-XIX secolo e fu dedicata nel 1907 dal cardinale Andrea Ferrari.

Nel 1616 viene edificata, a Gerno, una chiesa sotto il titolo di S. Maria e S. Carlo; mentre l’attuale chiesa parrocchiale di S. Carlo è del 1700 circa.

Nel 1733 fu nominato, a succedere nel feudo, il senatore milanese conte Giambattista Trotti che lo conservò fino alla abolizione dei privilegi feudali nel sec. XVIII: il feudo consisteva in 1432 fuochi (persone).

Nel XVIII secolo, a Peregallo, sorse un convento dei Padri Minimi di S. Francesco da Paola: rimane tuttora la chiesetta di S.  Antonio abate.
Nel 1836 in Brianza scoppia il colera ma Lesmo ne è miracolosamente risparmiato: a memoria dello scampato pericolo viene eretta la cappellina ancora esistente all’inizio del viale del cimitero.

In località Boffalora, nel 1838 nasce Gaetano Casati, grande viaggiatore ed esploratore in Africa mentre nel 1852 da una povera famiglia nasce Pasquale Morganti diventato poi sacerdote e arcivescovo di Ravenna e Cervia.

Nelle Notizie di Vimercate e della sua pieve del 1853 lo scrittore Dozio ricorda che il territorio di “Lesmo, Peregallo e Gerno si raccomanda per mite sorriso del cielo, per amenità di sito e di allegre prospettive e per prospera vegetazione: tranquilli ed allegri casali”.

Nel 1860 viene eletto primo Sindaco di Lesmo il cav. Luigi Conti; nel censimento della popolazione si ha un totale di 1673 abitanti.

Nel 1872 la casa di proprietà della nobildonna Rosa Giuseppina di via Morganti (a seguito di testamento) viene abbellita e  riadattata a collegio e convento delle Figlie della Carità dette Suore Canossiane.
La sede del Municipio, delle Scuole e della Posta trovarono posto nell’edificio di via IV Novembre eretto nel 1877. Nel 1879 il territorio vienne attraversato dalla linea tramviaria Monza-Oggiono con fermate a Peregallo e Lesmo (la biglietteria di quest’ultima è tuttora visibile in Piazza Dante).

La stazione di Lesmo ed il ponte in ferro di Gerno vengono costruiti nel 1886 a seguito del passaggio del treno Seregno-Ponte S. Pietro.
Vengono abbellite dimore esistenti ed edificate di nuove con ampi parchi secolari. A Gerno: villa Mellerio-Gavazzi della Somaglia al Gernetto probabilmente sorta nel 1500 come convento; confinanti col Parco di Monza, a Peregallo: villa Simonetta-Rapazzini casino di caccia del 1600, villa Curti Mattioli (1800), villa Sala e villa Spaggiari-Crotti (1900); in centro: villa Ratti-Fenaroli (1800), villa Sala-Cega, villa Fontana-Novecento e villa Frattini-Tremolada (1900); in zona dominante: villa Maggi-Belvedere (1600).

Al di là del Lambro, a ridosso dell’abitato di Peregallo, nel 1911 viene realizzata la linea ferroviaria Monza-Molteno-Oggiono con la stazione di Biassono-Lesmo-Parco.

Nel 1922 fu costruito l’edificio di piazza Roma per un asilo per bambini, in base al lascito del lesmese Gaetano Ratti ed inaugurato il monumento ai caduti che riporta ora  i nomi degli 86 soldati morti nelle due guerre mondiali.

La costruzione dell’Autodromo Nazionale di Monza, dà lavoro ai contadini del luogo e Lesmo diventa conosciuto poiché lega il proprio nome alle cosiddette “curve di Lesmo”.
La popolazione nel 1927 era di 2813 persone ripartita in 1300 Lesmo, 883 Peregallo e 630 Gerno.
Nel 1928 Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini concedono al Comune lo stemma civico costituito dal leone rampante.

Nel 1944 viene ucciso dalle forze di occupazione tedesche il concittadino Francesco Caglio.

Nel 1946, dopo il ventennio fascista, si tengono le prime votazioni democratiche; Lesmo conta 3124 abitanti ed elegge Sindaco il sig. Paolo Confalonieri.
Il paese viveva principalmente sull’agricoltura e sull’allevamento del baco da seta; diversi operai lavoravano nella filatura di Peregallo che contava più di 400 dipendenti; fino alla fine degli anni Cinquanta numerose erano le cascine e le corti con i campi.

A partire dagli anni Sessanta si vede l’aumento graduale della popolazione con espansione edilizia.

Nel 1964 viene edificata una chiesa a California intitolata  alla Presentazione di Gesù. Nel 1969,  dopo l’erezione della parrocchia di Peregallo del 1967, viene realizzata immersa in una pineta la chiesa parrocchiale dell’Annunciazione, in seguito arricchita artisticamente e dedicata dal cardinale Carlo Maria Martini  nel 1992.

Segue il conseguente ammodernamento dei servizi e delle strutture: palazzo municipale costruito nel 1969, “Don Milani”  di via Donna Rosa realizzata nel 1982, biblioteca di via Marconi (1985), scuola primaria “A. Manzoni” di via Vittorio Veneto  inaugurata nel 1998, scuola dell’infanzia “Gaetano Casati” di via Caduti a seguito dell’ampliamento e ristrutturazione della scuola elementare di Peregallo (1933), completata nel 2001.

Dal punto di vista politico il Comune viene amministrato dal 1946 al 1985 da un monocolore DC a cui fanno seguito (1985/1993) un bicolore DC-PSI e uno DC-PRI, un monocolore Lega Nord (1993/2002) e da maggio 2002 la comunità è amministrata dalla lista Lesmo-Lega Nord, Forza Italia, Alleanza Nazionale.

Lesmo diventa sempre più un grazioso centro residenziale immerso  nella verde Brianza.

[riadattato e corretto da: http://www.lesmo.org/html/storia.html]